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hooverine
20 dicembre 2009
trasloco
Il cannocchiale si è rotto. Mi trovate qui.



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30 settembre 2009
milano dolce autunno

Autunno dolce. Ciao Milano, piena di donne cicogna e di giapponesi. Se vuoi entrare in duomo devi sottoporti a scansione e per giunta non si possono fare le fotografie. Peccato. Sarei entrata. Per dire, oggi ho preso il tram, sono scesa in via Torino, ho attraversato la piazza e senza alcuna esitazione mi sono infilata nella galleria per sbucare nella piazza del teatro alla Scala. Senza avere nessuna sensazione di pericolo. Che io sia guarita? Che l'agorafobia sia stata sostituita da qualche forma più sottile di paura?
I ristoranti di lusso di Milano dispongono calamari orfani sul loro stesso inchiostro, e friggono foglie di menta in assoluta malafede. I commessi dei negozi mostrano un'allegria innaturale. Fa caldo, la schiena suda. La mia concentrazione sta soprattutto sui passi. Uno dopo l'altro. Poi, occhiali da sole quando sono in strada, occhiali da vista quando sono al chiuso. Occhiali da sole sul tram, voglio leggere, no, ho sonno, anzi no, voglio leggere, anzi no, guardo il cellulare, poi rimetto tutto in borsa e guardo le persone accanto a me ma ho rimesso gli occhiali da vista per leggere il libro che poi non ho letto e quindi mi imbarazza guardare la gente sapendo che la gente può guardarmi negli occhi e allora poggio la testa all'indietro contro il finestrino, chiudo questi benedetti occhi e mi appisolo, ma leggermente, per non perdere la mia fermata. E quando arrivo a casa tolgo i vestiti sudati, mi metto a letto, sprofondo. Sento arrivare dalla finestra le grida preistoriche dei bus e il borbottare del traffico e pure l'odore di Milano, e l'odore di questa casa. Mi addormento. Mi svegliano le nocche sulla porta, caffè, acqua fredda.
Suono una Eko che vale tremila lire, con le corde vecchie e la vernice scrostata, è rossa e nera, suprematista, bene. Suoniamo fino a mezzanotte. Poi gli amplificatori si trasformano in zucche.
Quando torniamo a casa preparo una camomilla. La casa è sprofondata nel silenzio. Fuori, di nuovo, tram e autobus. Prostituzione. Automobili. Copertoni che si dirigono chissà dove. L'inutile e deprimente girandola del desiderio.
Magari, magari nello stabilimento d'origine avessero confuso la camomilla con la cicuta.


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26 settembre 2009
il mare in autunno






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26 settembre 2009
nello stesso sogno


La mia vecchia automobile, una Y10 4x4 rossa, non la vedevo da anni e mi appare in sogno.
Nello stesso sogno in cui mio padre, a un passo dalla morte, macilento e fragile, che era un tempo solido e roccioso, mio padre va con altri a suonare e aspetta che io lo vada a prendere.
Nello stesso sogno in cui una bambina di cinque o sei anni, dai capelli ricci e mille lentiggini, mi confida il suo nome (Odette) e mi parla delle parole che inventa, mentre stiamo sdraiate sul fondo sabbioso di una spiaggia enorme, piena di gente.
Nello stesso sogno in cui c'è pure la casa di mia nonna.
Nello stesso sogno in cui ci sono i volti delle persone a me care.
Questo sogno mi cura per una buona mezz'ora dal mio risveglio, e poi si ricomincia.



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19 agosto 2009
tremila anni fa
Tremila anni fa, quando non c'era ancora internet, scrissi una lettera a Fernanda Pivano presso la sua casa editrice. Nella mia giovane ingenuità, volevo semplicemente dirle che uau, bella l'idea di importare in Italia la letteratura americana (senza confessarle che non avevo mai letto Hemingway, e non l'ho letto neanche adesso e credo che probabilmente mai lo leggerò). Insomma, le mando questa lettera (in calce avevo messo anche il mio numero di telefono), e lei, qualche giorno dopo, mi telefona. Mi telefona e mi dice: scusi, ma che vuole? Io mi imbarazzo tantissimo, e cerco di spiegarle un po' meglio quello che stava scritto nella lettera, chiedendomi dove avessi sbagliato visto che secondo me era tutto abbastanza chiaro. Lei si addolcisce un po', e così cominciamo a chiacchierare. Mi dà alcuni consigli, uno professionale, che non ho seguito, e non mi pento di non averlo fatto; e uno esistenziale, che tutte le volte che mi prende la paura mi torna in mente e mi sento improvvisamente più leggera.
Ciao.
 



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16 agosto 2009
ferragosto
Il giorno di ferragosto Milano è silenziosa, così silenziosa che quando scendo sottoterra in Piazza San Babila i rumori della metropolitana sembrano il respiro di strani animali ipogei: c'è il ronzio dei pannelli pubblicitari, il soffio delle scale mobili e l'ululato dei treni. I pochi umani, per lo più stranieri, si aggirano stralunati e accaldati, guardando perplessi i distributori automatici di biglietti. Io ne ho fatti tre: il primo a Linate, per prendere il bus. Timbrato e immediatamente perso, così in metro ne ho dovuto comprare un altro, e arrivata alla fermata Duomo sono uscita dai tornelli senza neanche farci caso, e quindi ho comprato il terzo biglietto per rientrare a prendere la 3. Ma è colpa della xamamina, senza dubbio. Tornando in superficie, il portico della stazione centrale mi è parso allucinato e pure irrealmente silenzioso, fatta eccezione per i suoni emessi dai giocattoli messi in vendita da sudamericani taciturni: un supereroe in motocicletta e un cowboy a cavallo. In treno, due ragazze forse turche, forse ungheresi, senza dubbio non appartenenti a un gruppo linguistico romanzo, hanno parlato ininterrottamente fino a Genova. Ininterrottamente vuol dire ininterrottamente. Il treno regionale per Albisola era senza luce e senza aria condizionata. Qualcuno aveva forzato il finestrino e quindi si respirava, ma nelle gallerie si piombava in un'oscurità profonda, in cui a malapena si percepiva il movimento della tendina frustata contro il vetro. Nel mio zaino leggero c'era posto solo per Wedekind, Böll, Merzbow, un paio di riviste, il portatile, un mazzo di chiavi. Arrivata a casa ho dormito per cinque ore, in un letto che odora di cagnolina leggermente in sovrappeso. E poi, quel che ho visto: posti di blocco, cementificazione, nordovest civile pulito educato, luoghi che cinquant'anni fa hanno ispirato la nascita del MIBI e che adesso muoiono contenti di morire. 

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4 agosto 2009
e/e
Cosa si dicono un padre che ha perso una figlia e una figlia che ha perso un padre?

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28 luglio 2009
senilità


Muratori in casa, ristrutturazione del bagno. Casa che diventa rifugio un po' più simile a me. Ho scoperto che il soffitto del salone è alto 598 centimetri. Mi gonfio d'orgoglio e do ragione a mio nonno, che andava in giro impettito per il paese vantando questi soffitti alti (salvo poi smorzare tutto applicando alle pareti questa orrenda carta da parati che oramai ha i giorni contati). Con l'approssimarsi dell'età della ragione mi è passata la voglia di dispersione e ho pure cominciato ad andare al mare. Metto le ginocchia nella sabbia per assorbire anni di vita debosciata. Mi abbronzo: cazzo mi abbronzo. Dormo poco e male, come tutte le persone anziane. Guardo con una certa cupidigia la boccetta di lexotan di mia madre, ma so che è quella x a sedurmi, che non c'è nient'altro, e che comunque dovrei fare i conti con mia madre senza lexotan e non va bene. Ascolto mio fratello e mia cognata parlare di matrimonio, seduti al tavolo di una pizzeria a centinaia di metri sul livello del mare. Lei dice, tra le altre cose, che il poker non dovrebbe essere piazzato il lunedì sera perché così le mogli restano sole. Meglio, molto meglio la domenica pomeriggio, così le mogli hanno tempo e silenzio per fare il bucato e rassettare la casa. Mio fratello non so se è d'accordo. Penso di sì. O meglio: è confortato. Immagino ci si possa sentire confortati. Anche io mi sentirei confortata da un lavoro, una famiglia, delle regole. Sedersi a tavola assieme, alzarsi assieme. Sposarsi per non sentirsi soli, per non essere soli. Festeggiare gli anniversari. Ubriacarsi di nascosto. Svegliarsi la mattina, farsi la barba e sentirsi uomini di sostanza che hanno la famiglia, la moglie gravida, la cristalleria in soggiorno. Tutto questo, se ben fatto, è ben fatto. Io nutro ammirazione (altro segno di senilità, che ve lo dico a fare).
Ci sono alcuni cuccioli in arrivo. Tipo quattro o cinque. Alcuni di loro mi faranno sentire un po' zia. Sono nata zia. Se mio fratello non mi rende zia a tutti gli effetti m'incazzo. Voglio essere la zia stramba della famiglia. Quella che si va a trovare ogni tanto. Che fa divertire i nipotini. Che li ospita quando a quattordici anni litigano con i genitori e non sanno dove andare, e allora vengono da me perché qui hanno i fumetti strani da leggere sdraiati sul pavimento del salone (appunto) senza che nessuno dica loro di non sporcarsi. La zia a cui chiedere: zia, perché non hai dei bambini? Oppure: perché non ti sei sposata? Oppure: cosa stiamo ascoltando, zia?
Questa è la mia particolare declinazione di desiderio di stabilità: un nano disceso dai lombi (brrr) di mio fratello che mi voglia bene come si può voler bene a una zia stramba coi capelli grigi.
Neanche trent'anni e mi sento già vecchia, vecchia, vecchia e fuori gioco.

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30 giugno 2009
No. No. No.
Alla fine ho deciso che no, io la domanda per l'inserimento in graduatoria non la faccio. Il primo motivo, quello principale, e che da sé basta e per di più avanza, è che non sono tagliata per l'insegnamento. Ci ho provato, saltuariamente, per due anni, e non è andata bene.
Poi. Quest'anno c'è una novità: la procedura di identificazione. Devo farmi identificare, prima di presentare la domanda. Devo andare in una scuola a mia scelta, portare i documenti, il tesserino sanitario, farmi riconoscere. Perché? Gli altri anni non era necessario. Cos'è cambiato stavolta? La prossima volta ci chiederanno le impronte digitali?*
Poi. Nel sito del Ministero dell'Istruzione spiccano come mai prima le scuole paritarie. In questi anni di demolizione della scuola pubblica l'esistenza stessa delle scuole paritarie è uno sgarbo. Fossero delle scuole sperimentali, fossero degli istituti dai risultati strabilianti, e invece no. Quindi mi fanno arrabbiare.
Infine. Non voglio lavorare per lo stato. Non per questo stato. Voglio fare finta che non ci sia. Pagare le tasse chiudendo gli occhi cercando di dimenticarlo prima possibile. Incrociare le dita sperando di non dover ricorrere a cure mediche che non possa sostenere. Morire prima di arrivare all'età della pensione (o magari, e sarebbe meglio, non aver bisogno della pensione). A meno che non cambi qualcosa nel frattempo. A meno che non cambi in maniera sostanziale. Non ho votato questa volta. Non ci sono riuscita. E dire che ho sempre fatto di tutto per trovarmi puntuale e armata di carta d'identità e tessera elettorale tutte le volte che si doveva. Quest'anno no. E chissà la prossima volta. E figuriamoci se accetto di farmi bersaglio di vessazioni da parte di ministri che hanno deciso di dar battaglia al pubblico impiego. E figuriamoci se accetto di farmi chiudere in casa se mi viene l'influenza. E figuriamoci se accetto di correggere le tracce della maturità che qualche incapace stila tutti gli anni mettendo assieme la schiuma di questi tempi. E figuriamoci se accetto di assistere all'emarginazione degli studenti stranieri. E figuriamoci se tocco i libri di testo che verranno. Nutro grande rispetto per chi svolge il mestiere dell'insegnante con passione e dedizione (sono pochi, in verità). È bene che ci sia qualcuno a presidiare.
Io, no.


*promemoria: quando ci chiederanno le impronte digitali al momento del rinnovo della carta d'identità, non diamogliele.


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25 giugno 2009
una rotonda sull'entroterra ligure
Ci sono due vecchi che ballano. Lei ha le gambe magre, lui due baffoni d'ordinanza. Ballano a ridosso della casa natale di Pertini, mentre suona un'orchestra che sembra un circo Barnum (con tutto il rispetto per i musicisti). G. mi fa notare che questi due ballano ogni tempo alla stessa maniera: che sia mazurka, polka o salcazzo. È vero. Però diversamente da tutti gli altri in pista ballano come se si amassero in maniera immutata dal primo giorno in cui si sono baciati per la prima volta (e magari è capitato ieri, che ne sappiamo). I vecchi, che belli i vecchi, penso.
Poi mi giro leggermente a destra e vedo questo tizio over 60 che indossa una maglietta nera con una scritta gialla: ho cambiato l'auto e la donna, la prima perché succhiava troppo, la seconda troppo poco. Ma vaffanculo, mi ha rovinato tutta la poesia sui vecchi.

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23 giugno 2009
non è giusto
Torno nella casa in Liguria dopo qualche settimana e trovo una colonia di moscerini annidata nel vassoio della macchinetta per il caffè.
Ma non è di questo che voglio parlare.
La cosa che mi tormenta davvero in questi giorni è: hamburger con patate. Quello lì, con tutti i soldi che ha, porta in tavola l'hamburger con patate, dopo le tagliatelle ai funghi e prima della torta allo yoghurt. Con tutti i soldi che ha. Si circonda di escort, di donne esteticamente insignificanti e dalla cultura mediobassa. Dove sono le margheritesarfatti? Dove le leniriefenstahl? Cosa abbiamo fatto di male noi per non poter quantomeno assistere a una bella decadenza, a una manifestazione esteriore del male che sia anche esteticamente affascinante, architettonicamente superba, esotericamente attraente? Dove sono i rasputin, ché a noi è stato concesso solo badgetbozzo e giulianoferrara e sandrobondi ed emiliofede, cazzo, emiliofede?
Dove sono le tavole sontuose, i maiali ripieni di fagiani di tortore di crema di mirtilli di pesche crude di anatroccoli di vino delle migliori vigne toscane? Dove il trionfo del cucchiaio così come ce lo ha descritto Greenaway?
Dove l'alta moda, dove il design, dove i complementi d'arredo di buon gusto? Perché ci toccano le malvestite, gli interventi di chirurgia plastica, i bagni da albergo di magnaccioni?
Perché le bandane, il trucco pesante, la musica napoletana quando un tempo si avevano gli elmetti, le mascelle di pietra e Wagner?


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23 giugno 2009
la mia casa a giugno

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12 giugno 2009
vissi d'arte, vissi d'ammore

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11 giugno 2009
tu
Ti sono sopravvissuta. Cosa c'è di strano? Tu lo sapevi, l'hai saputo nel momento preciso in cui mi hai presa in braccio la prima volta. Avevo tanti capelli neri e tu avevi ricevuto un avviso di garanzia, ed eri spaventato, temevi che avresti dovuto lasciarmi per chissà quanto tempo, e invece no, eri innocente e non te ne sei andato. Abbiamo trascorso assieme un quarto di secolo, un numero di anni sufficiente per odiarci ma insufficiente per capirci. Ecco, non so perché io adesso non mi perdoni di esserti sopravvissuta. È nel normale ritmo delle cose sopravviverti, ma ciononostante non era così che doveva andare – tu avresti dovuto vivere nel ricordo, tu avresti dovuto vivere nel rimorso.

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1 giugno 2009
orsini
Il finale è un veleno, la vita è orrenda, se Dio è negli orsini perché poi ci interessa la figa?
Michele Mari, "L'uomo che uccise Liberty Valance"

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22 maggio 2009
non sai nulla di me e milano


Non sai nulla di me e Milano. Non sai che ci ho abitato per sei mesi, che andavo tutte le mattine al Parco Lambro a imparare a fare libri. Non sai che poi alla fine non ho trovato un lavoro, ma degli amici e una band sì. Non sai che questo mio ennesimo progetto non ti sarebbe piaciuto, sebbene nei tuoi momenti sì l'avresti comunque sostenuto e nei momenti no ti ci saresti appigliato per recriminare. Non sai che ho detto basta alle supplenze. Non sai che adesso porto i capelli molto corti. Non sai che ho un altro tatuaggio (ma del primo non ti sei mai accorto). Non sai che non ho ancora avuto bambini, né mi sono sposata. Non sai che ho imparato quell'arte in cui tu eccellevi: dar da parlare a perfetti sconosciuti se si è costretti dalle circostanze. Non sai che sono effettivamente quel fallimento che tu mi dicevi di essere. Non sai nemmeno che quest'anno ho deciso di abbronzarmi, e tutte le volte che sto al sole penso a te e al tuo sguardo di commiserazione per la mia carne bianca.
Non sai che ti sogno. Faccio due tipi di sogni: quelli commoventi, col flou, dove tu sei ancora vivo e sei bello, e c'è calore e ci abbracciamo e ci diciamo le cose o andiamo in giro; quelli realistici, in cui tu fai lo stronzo, ma così tanto lo stronzo che quando mi sveglio il pensiero che non ci sei più non è poi così sgradevole.
Quando fumo mi tocco la faccia come facevi tu. Sto seduta sulla sedia come ci stavi tu. Bestemmio la madonna come la bestemmiavi tu. Ci tengo a precisare come ci tenevi tu. Emetto giudizi sugli altri come li emettevi tu. Ascolto la musica a volumi spaventosi come la ascoltavi tu. Mangio in fretta come mangiavi tu. Sono disordinata come lo eri tu. Sono te, in tutto e per tutto.

Potevi almeno darmi dei polpacci come i tuoi, bastardo.

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15 maggio 2009
FUZZINE: scaricabile, offendibile, denunciabile
Da qui.

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19 aprile 2009
l'estremismo di centro

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8 aprile 2009
tre scrittori con la c
"La democrazia non prevede politica all'esterno del sistema democratico.
In tal senso la democrazia è totalitaria.
"
J. M. Coetzee, Diario di un anno difficile

Stamattina la luce del sole entrava dritta e bianca come mai l'avevo vista prima nella cucina dell'appartamento di Milano dove io e il padrone di casa abbiamo fatto colazione con caffè frittelle gorgonzola parlando di politica e bestemmiando gesù cristo (sempre sia lodato).
Quella luce bianca e dritta mi ha smosso un po' di sentimento per questa città infame – ho preso il tram fino al Piccolo e poi ho camminato lungo Corso Garibaldi fino alla libreria in cui già da ieri sera avevo progettato di andare per comprare l'ultimo Coetzee e un libro di Cioran, uno qualunque, dal momento che i due che mi erano stati consigliati, ovvero Squartamento e Sommario di decomposizione, sembrerebbero irreperibili. Ho scelto Il funesto demiurgo a causa dell'incipit incontestabile: "Se si eccettuano alcuni casi aberranti, l'uomo non è propenso al bene."
Perché ho deciso di affrontare Cioran? Per le stesse ragioni per cui qualche anno fa decisi di leggere Landolfi. Per coincidenze spaziali, temporali, esistenziali. La settimana scorsa sono entrata in una libreria chiedendo appunto i due titoli suggeriti. Un signore sulla sessantina, alto, con un soprabito chiaro, sentendomi fare il nome di Cioran ha cominciato a raccontare al libraio come pur avendone letto certi libri a vent'anni non si fosse tuttavia suicidato. E mentre raccontava questi suoi emozionanti episodi di vita vissuta a un volume senza dubbio superiore al limite massimo consentito da qualunque ASL che si rispetti, lanciava occhiate nella mia direzione, forse sperando che io, vinta dalla sua straordinaria resistenza al pessimismo di Cioran, lo invitassi a farmi sua seduta stante e senza alcun indugio, magari col plauso del libraio, dei commessi e degli altri clienti presenti.
Invece, non avendo trovato quello che cercavo, e dopo aver tenuto in mano Post mortem di Caraco incerta se comprarlo o meno e poi optando per il no – scelta saggia visto che pochi giorni dopo un amico ha deciso di farmene dono – sono uscita dalla libreria senza voltarmi indietro. La giusta colonna sonora per questi giorni è Aksak Maboul, Iva Bittová e John Lurie. I miei sogni prendono una piega bizzarra e qualcosa da qualche parte si è guastata. Da quanto tempo non annuso merda di coniglio?
3 aprile 2009
il secondo post sentimentale: qualcosa comincia a girar male
Oggi a Milano pioggia, pioggia, pioggia. Tutta in faccia, mentre andiamo in motorino da casa di Mu fino a casa del fonico (casa figa, con occhio tecnico osservo i dettagli della recente ristrutturazione), poi da casa del fonico fino in Porta Romana o giù di lì, e poi proseguo a piedi fino in piazza Cinque Giornate, e poi di nuovo a piedi verso Porta Venezia e tutto Corso Buenos Aires. Un po' di riparo in metro, direzione Duomo, via Torino sotto la pioggia, di nuovo metro, stavolta verso Moscova che c'è da vedere un amico che adesso lavora per il Quotidiano dei Padroni, e avrei voluto chiedergli di rubare per me la foto di Landolfi che sta in cima alla scala, starebbe molto meglio a casa mia. Casa mia. Oggi Milano inospitale, e dentro la libreria Utopia penso ma dove vorrei stare adesso, dov'è il rifugio, il tempio, il sacrario della mia esistenza, la fortezza inespugnabile, la tana senza trappole, dove sono i muri e le pareti e i soffitti che respirano, in quale luogo potrei barricarmi a leggere, finalmente leggere, senza alcun obiettivo che non sia la lettura stessa, a cominciare da Cioran, per esempio, e poi, con un po' di buona volontà, Lévi-Strauss, Foucault, perfino Lacan, perdìo.

 



Quindi il pensiero felice è me stessa nella sala da pranzo con le ninfee, seduta sul pavimento, a leggere. Protetta dagli affreschi, vegliata dalle pareti leggere. Accarezzata dalla luce del giorno che entra dal balcone. Silenzio. Mi immagino invecchiare lì dentro, senza muovermi mai. Mi immagino sommersa di carta, peso leggero senza alcuna violenza. Mi immagino sola, ed è lo spavento più grande.

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27 marzo 2009
attenzione: questo è un post sentimentale
Aggiungendo irrealtà all'irrealtà, ieri ho incontrato un'amica di lunga data. Abbiamo passeggiato per via Torino, siamo entrate alla FNAC, poi abbiamo aggirato il duomo, abbiamo comprato un panzerotto a testa e ci siamo sedute su una panchina in piazza San Fedele. Gesti banali e per certi versi prevedibili, ma.
Dodici o tredici anni fa io e lei abbiamo messo su un gruppo. Il nostro primo gruppo. Io, lei e Riccardo. Avevamo il nome di una pillola anticoncezionale e la nostra musica era indescrivibile. Io uscivo proprio allora dai miei ascolti condizionati (mio fratello è un metallaro, sono cresciuta a pane e Alice Cooper), e non sapevo nulla di quello che c'era in giro all'epoca. Quindi suonavo quello che mi passava per la testa, e a riascoltare le registrazioni intuisco che nella testa avevo una certa confusione.
Ieri ci siamo ritrovate diverse ma uguali. Lei si è sposata e abita in Svizzera. Io non mi sono sposata, ma ho ugualmente lasciato Catania. Lei vorrebbe trovare qualcuno con cui suonare, ma non trova nessuno. Io suono con i Pecora (cazzo ridete, è un bellissimo nome). Le ho detto: prendi il basso e fai le tue cose, registrale, non stare ferma. Lei ha una voce strepitosa.
Nel nostro trentesimo anno abbiamo tirato le somme e quel che ne uscito fuori è un misto di desolazione e maturità che forse tredici anni fa non avremmo mai immaginato. Oh, ti voglio bene.

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23 marzo 2009
mi guardano dalle mensole e scuotono la testa

Wordle: numi tutelari



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17 marzo 2009
Twenty Things I Can Do
Sono stata coinvolta in una catena. Forse non è proprio una catena, ma qualcosa di simile – oppure è l'ennesimo pretesto per condividere la conoscenza. Oppure un modo come un altro per svoltare un articolo in un blog che langue. Bene. Tutto ha origine qui. Ho alcune obiezioni da fare, prima di cominciare. Innanzitutto, non ho ben chiaro il criterio con cui ci si attribuisce la capacità di saper fare qualcosa. Cosa vuol dire saper fare qualcosa? Saperla fare bene? Saperla fare male? Arrabattarsi? Delle venti cose che elencherò tra poco, quante effettivamente sono in grado di fare a un livello soddisfacente? Quante credo di saper fare e invece no? Poi, la percentuale del 10% è ragionevole? Cosa ne so io? Forse posso riferirmi alla cerchia delle mie conoscenze. Eppure, anche questo è insufficiente. Quanto conosco io della gente che conosco? E la gente che conosco è tanta? È poca? È media? Non ho delle risposte soddisfacenti, e non intendo nemmeno cercarle. L'influenza intestinale riduce le mie forze, nonostante oggi a Milano ci sia il sole (lo vedo filtrare attraverso le cortine rosse di questa stanza in prestito). Quindi vengo al sodo, e comincio a calcolare l'indice di comunanza con Tommy.

1. suonare la chitarra elettrica. Si dice che io sia capace di suonare la chitarra elettrica, ma probabilmente in modo molto diverso da Tommy. Lui conosce le scale, io perseguo l'estetica bicorde e monocorde. Entrambi comunque abbiamo calcato i palchi e ci identifichiamo, più o meno, come chitarristi. Quindi è un punto che abbiamo in comune.
2. fotografare con una reflex. Direi di sì. Cioè. La so accendere e spegnere, so cambiare gli obiettivi, in giorni di particolare ispirazione so perfino regolare l'apertura del diaframma e il tempo di esposizione. Nulla che una scimmia ben addestrata non possa fare, s'intende. Ecco il nostro secondo punto in comune.
3. produrre sapone. Non ho mai provato. Credo potrei riuscirci – mia nonna ce la fa. Vi tengo aggiornati su ulteriori sviluppi. (Ecco la Cianciulli che fa ciao ciao con la manina, in lontananza).
4. fare il seitan. Vedi sopra (eccetto che per la nonna e per la Cianciulli).
5. leggere il greco antico. No, per niente.
6. laurearmi in filosofia. Evidentemente no.
7. leggere almeno un libro a settimana. Credo di sì, con contrazioni e accelerazioni, però. Facendo una buona media però dovrei esserci. Per esempio, la scorsa settimana ne ho letti tre (se si includono i volumi a fumetti – io li includo, Tommy non so). Quindi siamo a tre.
8. assemblare distorsori musicali. Ennò.
9. dipingere tele a olio. No. Non so dipingere, men che meno a olio. Ogni tanto mi diverto con gli acrilici, ma sono anni ormai che.
10. installare e personalizzare Wordpress. No.
11. comprendere la teoria dell'evoluzione. A grandi linee sì, ma non ne sono così sicura (Tommy, interrogami). Tre e mezzo.
12. giocare a scacchi. Non ci gioco da troppo tempo (e comunque perdevo sempre).
13. risolvere problemi di geometria. No. Ma sono certa che con altri insegnanti avrei potuto. Però sono molto brava a risolvere i rompicapo e a comprendere i paradossi.
14. realizzare un sito internet. No, ma vorrei saperlo fare.
15. modificare un'immagine digitale. Sì, ma senza metodo. Quattro e mezzo.
16. costruire una cassa acustica. Assolutamente no.
17. riempirmi lo stomaco con poco. Ma che razza di abilità è? A volte sì, a volte no. A volte mangio oltre l'umana tolleranza, altre volte digiuno per giorni, in modo da essere più presente a me stessa. Quindi? Facciamo mezzo punto e passiamo a cinque?
18. installare sistemi operativi. Forse. Ma non ancora in modo soddisfacente – cioè non mi offrirei di farlo sulla macchina di altri.
19. cucinare roba svariata. Sì. Forse è l'unica cosa che mi riesce bene davvero. Sei.
20. essere ateo spudorato. Sì, anche. Spudorata e militante. Sette.



Bene. Ricapitoliamo: abbiamo sette abilità in comune. Il risultato è “condividiamo un bel po’ di cose, debbo dire. Ciò ti fa sentire spacchioso?” Non so, dovrei? E tu ti senti spacchioso? O solo spocchioso?
Adesso viene la parte più difficile. Poiché mi sento già fiacca, riciclo alcune delle cose in comune con Tommy e ne aggiungo delle altre. Io so:

1. suonare la chitarra elettrica
2. fotografare con una reflex
3. leggere almeno un libro a settimana
4. cucinare roba svariata
5. essere atea spudorata
6. laurearmi in lettere moderne (ma siamo in troppi, è davvero un'abilità inflazionata)
7. guidare l'auto in ogni condizione psichica e ambientale
8. leggere il pensiero (è accaduto in una sola circostanza, ma credo basti)
9. scrivere, in particolare su commissione
10. elaborare piani B
11. distinguere una buona quantità di specie animali e vegetali
12. produrre olio d'oliva
13. distinguere i sapori e gli odori con buona approssimazione
14. individuare gli errori di traduzione di un testo
15. vomitare con garbo
16. ballare lo slow
17. intrattenere conversazioni con perfetti sconosciuti se sono costretta a farlo
18. boxare (pur essendo fuori allenamento)
19. scovare il marvis
20. fare dei regali appropriati

Ne mancano alcune, come per esempio sostenere la superiorità degli individui dai capelli rossi oppure preparare dei martini che nemmeno nei romanzi di Yates oppure ancora essere ospitale a mio modo o parlare a volume ridicolo riuscendo comunque a farmi sentire se voglio più altre capacità che afferiscono alla sfera sessuale e quindi forse non è bene elencarle qui.
È stata una faticaccia, ma ne è valsa la pena, soprattutto perché adesso tocca a Variazioni e ad Azalais. Mi metto comoda, e aspetto le loro twenty things e tutte le sacrosante contestazioni alle mie twenty things. Spietatemi.

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permalink | inviato da hooverine il 17/3/2009 alle 18:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
2 marzo 2009
le chiavi
No, non ho niente da fare, niente da dire. Sto nel salotto dai soffitti alti, le imposte chiuse, un leggero freddo. Non ho nulla di intelligente o di evocativo da scrivere, quindi è arrivato il momento della comicità involontaria delle chiavi di ricerca di questo blog. Possono essere suddivise in alcune categorie: pornografica, psicologica/medica, pratica, scolastica, random.
Le chiavi pornografiche. Nel 2009 vincono “clitolide” (con la erre, deficiente); “pacco di peli attraverso le mutandine” (pacco maschile? femminile? comunque troppo rispetto per te, i peli devono tornare in auge nau); “ho sessanta anni e mi faccio le seghe” (EROE); “racconti incestuosi di mutande molto bagnate” (le mutande hanno delle relazioni di parentela tra loro?); “sadomaso masturba con coltello” (interessante); “storie erotiche di mamme che guardano il figlio masturbarsi” (OBS); “pompini amatoriali carabinieri” (il fascino intramontabile della divisa); “handicap madre masturbazione” (vergògnati); “porno done lo fane con animali” (lo fane, lo fane), e per ultimo il criptico “xxl faloppio” (si accettano suggerimenti).
Le chiavi psicologiche/mediche. Poca roba, ma seria: “cura pornofilia” (sicuramente c'è dietro una donna apprensiva); “complesso di elettra irrisolto” (ah, non dirlo a me); “ho sognato un aspirapolvere e dei surgelati” (stai male); “come far fare pipì ad un gatto paralizzato” (variante veterinaria).
Le chiavi pratiche. Uno spaccato di umanità che a volte sorprendentemente sottolinea le mie ossessioni: “biotronic segreti” (sapessi!); “cerco occupazione come tappezziere di carta parati anche a lestero” (ce la puoi fare); “sono italiano se voglio scrivere parole d amore in russo e in slavo cosa devo” (spero non te la diano mai, brutto italiano rincoglionito); “oficio imigrati treviso” (eh, in bocca al lupo, guarda); “donna quarantenne bruna capelli corti cerca uomo serio” (qui c'è solo una donna frivola, mi spiace).
Le chiavi scolastiche. Solo una: “i malavoglia sopravvalutati” (ci hai ragione). In effetti ce n'è un'altra che includerei in questa categoria, ed è “mia madre mi fà fare il culo”.
Infine, le chiavi random, ovvero quelle che potrebbero rientrare nelle altre categorie ma che si distinguono per alcuni tratti specifici. C'è l'evergreen “panineria ambulante”; l'inquietante “vorrei conoscere alcuni pesci surgelati”, ma soprattutto, e qui cala un velo di tristezza (ma davvero): “mio babbo a nervi non so dove è nervosissimo come facci?”
Bene, anche oggi ho svoltato un post inutile, ma almeno mi sono distratta. Ciao ciao.


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permalink | inviato da hooverine il 2/3/2009 alle 16:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
23 febbraio 2009
la regola del giorno
Il fallimento esistenziale mi attrae. I protagonisti dei romanzi che più amo sono dei falliti. Gli eroi mi danno ai nervi, gli antieroi sono il mio sogno erotico da quando ho cominciato ad avere sogni erotici. Il fallimento è titanismo: raggiungere i propri obiettivi potrebbe voler dire, semplicemente, che ci si è posti degli obiettivi raggiungibili. Fallire invece, quando si fallisce in un modo esteticamente apprezzabile, è segno di obiettivi talmente vasti e talmente poderosi che la propria condizione miserabilmente umana non è stata in grado di raggiungerli – ma è segno anche di possedere un animo in grado di immaginare ampi spazi e prospettive vaste.
Quindi la regola è non giudicare un uomo dai suoi successi ma dai suoi fallimenti (e giustappunto mi viene in mente Terry Gilliam).

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permalink | inviato da hooverine il 23/2/2009 alle 12:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
12 febbraio 2009
vita da scioperata
La mattina porto Zoe al parco. Parco è un termine improprio, che non appartiene alla terminologia della mia città, ma per i diversamente catanesi va benissimo. Insomma, un giardino pubblico che si trova a pochi isolati da casa mia. Al mattino è frequentatissimo da ragazzi delle scuole superiori (i temutissimi studenti medi) che vanno lì a baciarsi e a parlare di cellulari. Passeggio la mia cagnetta con nonchalanche, ascolterei pure della musica se non fosse che l'auricolare sinistro viene sempre scalzato dal piercing nell'antitrago, e volevo pure comprare una cuffia come si usava anni fa e invece non ne trovo, a meno di rassegnarsi a comprare degli orrendi cosi che non indosserei mai, mai, mai e poi mai. Mai.
Zoe ha una sua aiuola prediletta. Una mattina un giovane padre che l'ha vista accosciarsi ha urlato da lontano:

Signorina poi la toglie, vero?

Guardi che ha fatto la pipì, come la tolgo?

Un'altra volta un ragazzo ha detto a un altro ragazzo che i nuovi giochi per bambini sembrano i pali su cui si arrampicano le babbucce allo zoo.

Le babbucce?

Le babbucce.

Ma le babbucce te le metti ai piedi.

Sì, ma ci sono anche le babbucce, gli animali, delle piccole scimmie.

Tornando a casa, mi fermo in edicola, compro il giornale. Poi prendo il caffè al bar ricevitoria che si trova dall'altra parte della strada, davanti al mio portone. Se è il caso faccio la spesa. Poi torno su, traduco un po', ascolto musica a volumi che mia madre definirebbe altini. Qualcuno viene a trovarmi, qualcuno mi telefona. La sera decido da me se uscire o restare a casa. Ogni tanto incontro Ciuzzo, che rientra sempre molto tardi. Lo incontro di notte, oppure al mattino, e ha sempre la stessa faccia che grida aiuto.
C'è tanto sole. Mi aggiro come una pensionata tra la cucina, il bagno, la camera da letto, la sala da pranzo. Ho anche un cappotto da pensionata. Non mi manca niente. Anche annoiarsi costa fatica, pare.

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permalink | inviato da hooverine il 12/2/2009 alle 0:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
9 febbraio 2009
uno studio
Puoi andare, sei libero. Non c'è paradiso, non c'è inferno, non c'è premio e non c'è punizione.
L'uomo esce fuori dalla gabbia in cui è rimasto intrappolato per millenni. È nudo. Esce correndo, spinto dalla felicità incontenibile della libertà. Esce, è notte. Un cielo stellato si curva sopra di lui, una nera calotta piena di stelle (o pianeti, o astri, più genericamente).
Mai l'uomo aveva guardato il cielo con una tale intensità, con un sentimento così profondo di liberazione.



Poi questo sentimento si trasforma a poco a poco in sgomento. Il paesaggio circostante, sul quale si concentra dopo aver distolto lo sguardo dal cielo che comincia a diventare troppo nero, troppo profondo, troppo stellato, il paesaggio circostante, quindi, è un deserto freddo a perdita d'occhio. Non un albero, non un cespuglio. Fa freddo, e l'uomo è nudo. Nulla con cui coprirsi. Unico riparo, la gabbia da cui è appena uscito e che ha sempre considerato la sua casa, la sua dimora, per sempre, nelle mani di un'autorità di fronte alla quale fosse possibile provare la soddisfazione per la propria bontà oppure, anche, per la propria malvagità. L'autorità lo vestiva, lo nutriva, lo vezzeggiava. Indicava le stelle col dito, e l'uomo le guardava attraverso le sbarre, una piccola porzione di cielo. Aveva delle risposte – e quando non le aveva supponeva che le avrebbe avute prima o poi. Quel poi significava sempre un momento successivo alla sua morte. Il pensiero dell'onniscienza dei defunti lo consolava.
Ma adesso? Adesso nessuno gli spiega il cielo, gli recita i nomi delle stelle. Gli toccherà fare da sé. Studiarle, osservarle. Ha freddo: gli tocca vestirsi. Ha fame: sarà costretto a nutrirsi in qualche modo. Nel freddo di quella notte stellata la libertà gli appare come un fastidio, una precarietà cui non è abituato.
Si guarda attorno, inspira forte, espira, rientra nella gabbia, al caldo.

(Ha cominciato lui.)



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6 febbraio 2009
tirarsi da sotto i treni contro cui, in tempi non sospetti, ci si scagliava gioiosamente
Guardavo delle foto. C'è una giovane donna con la fede al dito. Io so che non voleva sposarsi. Che mai l'avrebbe fatto. Che l'ha fatto per essere lasciata in pace. Si è sposata, in chiesa, con l'abito bianco. Poi c'è stato il ricevimento. E le bomboniere. E la casa nuova, e tutto il resto. Ed ero lì, sul sagrato, quando uscivano fuori a prendersi in faccia la pioggia di riso. In un certo senso sono informata sui fatti, ma poco, quel poco che mi basta per raccogliere immagini per farne una storia mia che non riguarda lei. Nella foto, la giovane donna è stesa sul pavimento, un braccio allungato, il palmo rivolto verso l'alto. Si distingue nettamente il luccichìo della fede, di oro. La giovane donna porta con sé la testimonianza di un gesto che, seppur innamorata, non ha compiuto volentieri. E lo conferma quotidianamente, ogni volta che si mostra a se stessa e al mondo con quell'anello al dito. Quando lo rimette dopo averlo tolto per lavare i piatti. Quando lo poggia sul bordo della vasca mentre fa il bagno, e lui sta lì a troneggiare su uno sfondo di schiuma – farei una foto così, primissimo piano sull'anello, minaccioso, e in secondo piano lei che si insapona una spalla, totalmente oscurata dalla sagoma preziosa di un monile inutile.
Sono stata qualche minuto a pensare a questa storia dell'anello. Poi mi sono ricordata che mio padre non portava mai la fede, e non ho mai capito se mia madre ne soffrisse o no. Probabilmente sì. Scusa ufficiale: troppo stretto per le sue dita. Motivo reale: e chi lo sa. In questo momento tifo per lui, lanciando improperi contro la me medesima che tre anni fa non aveva le idee chiare. E alla giovane donna dico che quell'anello potrebbe scivolare nello scarico della vasca, inavvertitamente, all'improvviso.

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permalink | inviato da hooverine il 6/2/2009 alle 1:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
19 gennaio 2009
dell'osceno
"Il mio corpo, spesso in quiete per anni, veniva scosso improvvisamente da questo desiderio di qualcosa di triviale, di disgustoso, qualcosa di ripugnante, di osceno che potevo ritrovare anche nelle cose migliori - un odore volgare, un po' di zolfo, un po' di inferno. questa frenesia aveva in sé qualcosa dell'eterno ebreo errante - che va avanti insensatamente, che vaga insensatamente in un mondo insensato, osceno."
Franz Kafka

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permalink | inviato da hooverine il 19/1/2009 alle 0:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
18 gennaio 2009
tra dieci anni
Mi avresti presa a braccetto con un certo orgoglio e ce ne saremmo andati in giro per il paese, rintontiti dal set di amari e liquori illegalmente distillati nello sgabuzzino. Ci saremmo divertiti a prendere in giro i parenti di mamma, e avremmo anche parlato di letteratura, nel nostro modo fazioso e grossolano che ci piace tanto. Tu avresti fatto considerazioni pecorecce sul fondoschiena della nuova moglie del cugino Fabio, e io avrei fatto finta di imbarazzarmi (ma solo finta, eh). Poi mi avresti chiesto una sigaretta e te l'avrei offerta, e ne avrei fumata una anche io. E poi mi avresti chiesto del mio lavoro, così: ma insomma si può sapere esattamente cosa fai? E io avrei tentato di spiegartelo ancora una volta, invano. E saremmo stati bellissimi, io e te, una quarantenne dai capelli corti e grigi e un settantenne leggermente in sovrappeso, dallo sguardo brillante e distante, sempre.

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permalink | inviato da hooverine il 18/1/2009 alle 17:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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