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hooverine
11 giugno 2009
tu
Ti sono sopravvissuta. Cosa c'è di strano? Tu lo sapevi, l'hai saputo nel momento preciso in cui mi hai presa in braccio la prima volta. Avevo tanti capelli neri e tu avevi ricevuto un avviso di garanzia, ed eri spaventato, temevi che avresti dovuto lasciarmi per chissà quanto tempo, e invece no, eri innocente e non te ne sei andato. Abbiamo trascorso assieme un quarto di secolo, un numero di anni sufficiente per odiarci ma insufficiente per capirci. Ecco, non so perché io adesso non mi perdoni di esserti sopravvissuta. È nel normale ritmo delle cose sopravviverti, ma ciononostante non era così che doveva andare – tu avresti dovuto vivere nel ricordo, tu avresti dovuto vivere nel rimorso.

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22 maggio 2009
non sai nulla di me e milano


Non sai nulla di me e Milano. Non sai che ci ho abitato per sei mesi, che andavo tutte le mattine al Parco Lambro a imparare a fare libri. Non sai che poi alla fine non ho trovato un lavoro, ma degli amici e una band sì. Non sai che questo mio ennesimo progetto non ti sarebbe piaciuto, sebbene nei tuoi momenti sì l'avresti comunque sostenuto e nei momenti no ti ci saresti appigliato per recriminare. Non sai che ho detto basta alle supplenze. Non sai che adesso porto i capelli molto corti. Non sai che ho un altro tatuaggio (ma del primo non ti sei mai accorto). Non sai che non ho ancora avuto bambini, né mi sono sposata. Non sai che ho imparato quell'arte in cui tu eccellevi: dar da parlare a perfetti sconosciuti se si è costretti dalle circostanze. Non sai che sono effettivamente quel fallimento che tu mi dicevi di essere. Non sai nemmeno che quest'anno ho deciso di abbronzarmi, e tutte le volte che sto al sole penso a te e al tuo sguardo di commiserazione per la mia carne bianca.
Non sai che ti sogno. Faccio due tipi di sogni: quelli commoventi, col flou, dove tu sei ancora vivo e sei bello, e c'è calore e ci abbracciamo e ci diciamo le cose o andiamo in giro; quelli realistici, in cui tu fai lo stronzo, ma così tanto lo stronzo che quando mi sveglio il pensiero che non ci sei più non è poi così sgradevole.
Quando fumo mi tocco la faccia come facevi tu. Sto seduta sulla sedia come ci stavi tu. Bestemmio la madonna come la bestemmiavi tu. Ci tengo a precisare come ci tenevi tu. Emetto giudizi sugli altri come li emettevi tu. Ascolto la musica a volumi spaventosi come la ascoltavi tu. Mangio in fretta come mangiavi tu. Sono disordinata come lo eri tu. Sono te, in tutto e per tutto.

Potevi almeno darmi dei polpacci come i tuoi, bastardo.

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8 aprile 2009
tre scrittori con la c
"La democrazia non prevede politica all'esterno del sistema democratico.
In tal senso la democrazia è totalitaria.
"
J. M. Coetzee, Diario di un anno difficile

Stamattina la luce del sole entrava dritta e bianca come mai l'avevo vista prima nella cucina dell'appartamento di Milano dove io e il padrone di casa abbiamo fatto colazione con caffè frittelle gorgonzola parlando di politica e bestemmiando gesù cristo (sempre sia lodato).
Quella luce bianca e dritta mi ha smosso un po' di sentimento per questa città infame – ho preso il tram fino al Piccolo e poi ho camminato lungo Corso Garibaldi fino alla libreria in cui già da ieri sera avevo progettato di andare per comprare l'ultimo Coetzee e un libro di Cioran, uno qualunque, dal momento che i due che mi erano stati consigliati, ovvero Squartamento e Sommario di decomposizione, sembrerebbero irreperibili. Ho scelto Il funesto demiurgo a causa dell'incipit incontestabile: "Se si eccettuano alcuni casi aberranti, l'uomo non è propenso al bene."
Perché ho deciso di affrontare Cioran? Per le stesse ragioni per cui qualche anno fa decisi di leggere Landolfi. Per coincidenze spaziali, temporali, esistenziali. La settimana scorsa sono entrata in una libreria chiedendo appunto i due titoli suggeriti. Un signore sulla sessantina, alto, con un soprabito chiaro, sentendomi fare il nome di Cioran ha cominciato a raccontare al libraio come pur avendone letto certi libri a vent'anni non si fosse tuttavia suicidato. E mentre raccontava questi suoi emozionanti episodi di vita vissuta a un volume senza dubbio superiore al limite massimo consentito da qualunque ASL che si rispetti, lanciava occhiate nella mia direzione, forse sperando che io, vinta dalla sua straordinaria resistenza al pessimismo di Cioran, lo invitassi a farmi sua seduta stante e senza alcun indugio, magari col plauso del libraio, dei commessi e degli altri clienti presenti.
Invece, non avendo trovato quello che cercavo, e dopo aver tenuto in mano Post mortem di Caraco incerta se comprarlo o meno e poi optando per il no – scelta saggia visto che pochi giorni dopo un amico ha deciso di farmene dono – sono uscita dalla libreria senza voltarmi indietro. La giusta colonna sonora per questi giorni è Aksak Maboul, Iva Bittová e John Lurie. I miei sogni prendono una piega bizzarra e qualcosa da qualche parte si è guastata. Da quanto tempo non annuso merda di coniglio?
3 aprile 2009
il secondo post sentimentale: qualcosa comincia a girar male
Oggi a Milano pioggia, pioggia, pioggia. Tutta in faccia, mentre andiamo in motorino da casa di Mu fino a casa del fonico (casa figa, con occhio tecnico osservo i dettagli della recente ristrutturazione), poi da casa del fonico fino in Porta Romana o giù di lì, e poi proseguo a piedi fino in piazza Cinque Giornate, e poi di nuovo a piedi verso Porta Venezia e tutto Corso Buenos Aires. Un po' di riparo in metro, direzione Duomo, via Torino sotto la pioggia, di nuovo metro, stavolta verso Moscova che c'è da vedere un amico che adesso lavora per il Quotidiano dei Padroni, e avrei voluto chiedergli di rubare per me la foto di Landolfi che sta in cima alla scala, starebbe molto meglio a casa mia. Casa mia. Oggi Milano inospitale, e dentro la libreria Utopia penso ma dove vorrei stare adesso, dov'è il rifugio, il tempio, il sacrario della mia esistenza, la fortezza inespugnabile, la tana senza trappole, dove sono i muri e le pareti e i soffitti che respirano, in quale luogo potrei barricarmi a leggere, finalmente leggere, senza alcun obiettivo che non sia la lettura stessa, a cominciare da Cioran, per esempio, e poi, con un po' di buona volontà, Lévi-Strauss, Foucault, perfino Lacan, perdìo.

 



Quindi il pensiero felice è me stessa nella sala da pranzo con le ninfee, seduta sul pavimento, a leggere. Protetta dagli affreschi, vegliata dalle pareti leggere. Accarezzata dalla luce del giorno che entra dal balcone. Silenzio. Mi immagino invecchiare lì dentro, senza muovermi mai. Mi immagino sommersa di carta, peso leggero senza alcuna violenza. Mi immagino sola, ed è lo spavento più grande.

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27 marzo 2009
attenzione: questo è un post sentimentale
Aggiungendo irrealtà all'irrealtà, ieri ho incontrato un'amica di lunga data. Abbiamo passeggiato per via Torino, siamo entrate alla FNAC, poi abbiamo aggirato il duomo, abbiamo comprato un panzerotto a testa e ci siamo sedute su una panchina in piazza San Fedele. Gesti banali e per certi versi prevedibili, ma.
Dodici o tredici anni fa io e lei abbiamo messo su un gruppo. Il nostro primo gruppo. Io, lei e Riccardo. Avevamo il nome di una pillola anticoncezionale e la nostra musica era indescrivibile. Io uscivo proprio allora dai miei ascolti condizionati (mio fratello è un metallaro, sono cresciuta a pane e Alice Cooper), e non sapevo nulla di quello che c'era in giro all'epoca. Quindi suonavo quello che mi passava per la testa, e a riascoltare le registrazioni intuisco che nella testa avevo una certa confusione.
Ieri ci siamo ritrovate diverse ma uguali. Lei si è sposata e abita in Svizzera. Io non mi sono sposata, ma ho ugualmente lasciato Catania. Lei vorrebbe trovare qualcuno con cui suonare, ma non trova nessuno. Io suono con i Pecora (cazzo ridete, è un bellissimo nome). Le ho detto: prendi il basso e fai le tue cose, registrale, non stare ferma. Lei ha una voce strepitosa.
Nel nostro trentesimo anno abbiamo tirato le somme e quel che ne uscito fuori è un misto di desolazione e maturità che forse tredici anni fa non avremmo mai immaginato. Oh, ti voglio bene.

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17 marzo 2009
Twenty Things I Can Do
Sono stata coinvolta in una catena. Forse non è proprio una catena, ma qualcosa di simile – oppure è l'ennesimo pretesto per condividere la conoscenza. Oppure un modo come un altro per svoltare un articolo in un blog che langue. Bene. Tutto ha origine qui. Ho alcune obiezioni da fare, prima di cominciare. Innanzitutto, non ho ben chiaro il criterio con cui ci si attribuisce la capacità di saper fare qualcosa. Cosa vuol dire saper fare qualcosa? Saperla fare bene? Saperla fare male? Arrabattarsi? Delle venti cose che elencherò tra poco, quante effettivamente sono in grado di fare a un livello soddisfacente? Quante credo di saper fare e invece no? Poi, la percentuale del 10% è ragionevole? Cosa ne so io? Forse posso riferirmi alla cerchia delle mie conoscenze. Eppure, anche questo è insufficiente. Quanto conosco io della gente che conosco? E la gente che conosco è tanta? È poca? È media? Non ho delle risposte soddisfacenti, e non intendo nemmeno cercarle. L'influenza intestinale riduce le mie forze, nonostante oggi a Milano ci sia il sole (lo vedo filtrare attraverso le cortine rosse di questa stanza in prestito). Quindi vengo al sodo, e comincio a calcolare l'indice di comunanza con Tommy.

1. suonare la chitarra elettrica. Si dice che io sia capace di suonare la chitarra elettrica, ma probabilmente in modo molto diverso da Tommy. Lui conosce le scale, io perseguo l'estetica bicorde e monocorde. Entrambi comunque abbiamo calcato i palchi e ci identifichiamo, più o meno, come chitarristi. Quindi è un punto che abbiamo in comune.
2. fotografare con una reflex. Direi di sì. Cioè. La so accendere e spegnere, so cambiare gli obiettivi, in giorni di particolare ispirazione so perfino regolare l'apertura del diaframma e il tempo di esposizione. Nulla che una scimmia ben addestrata non possa fare, s'intende. Ecco il nostro secondo punto in comune.
3. produrre sapone. Non ho mai provato. Credo potrei riuscirci – mia nonna ce la fa. Vi tengo aggiornati su ulteriori sviluppi. (Ecco la Cianciulli che fa ciao ciao con la manina, in lontananza).
4. fare il seitan. Vedi sopra (eccetto che per la nonna e per la Cianciulli).
5. leggere il greco antico. No, per niente.
6. laurearmi in filosofia. Evidentemente no.
7. leggere almeno un libro a settimana. Credo di sì, con contrazioni e accelerazioni, però. Facendo una buona media però dovrei esserci. Per esempio, la scorsa settimana ne ho letti tre (se si includono i volumi a fumetti – io li includo, Tommy non so). Quindi siamo a tre.
8. assemblare distorsori musicali. Ennò.
9. dipingere tele a olio. No. Non so dipingere, men che meno a olio. Ogni tanto mi diverto con gli acrilici, ma sono anni ormai che.
10. installare e personalizzare Wordpress. No.
11. comprendere la teoria dell'evoluzione. A grandi linee sì, ma non ne sono così sicura (Tommy, interrogami). Tre e mezzo.
12. giocare a scacchi. Non ci gioco da troppo tempo (e comunque perdevo sempre).
13. risolvere problemi di geometria. No. Ma sono certa che con altri insegnanti avrei potuto. Però sono molto brava a risolvere i rompicapo e a comprendere i paradossi.
14. realizzare un sito internet. No, ma vorrei saperlo fare.
15. modificare un'immagine digitale. Sì, ma senza metodo. Quattro e mezzo.
16. costruire una cassa acustica. Assolutamente no.
17. riempirmi lo stomaco con poco. Ma che razza di abilità è? A volte sì, a volte no. A volte mangio oltre l'umana tolleranza, altre volte digiuno per giorni, in modo da essere più presente a me stessa. Quindi? Facciamo mezzo punto e passiamo a cinque?
18. installare sistemi operativi. Forse. Ma non ancora in modo soddisfacente – cioè non mi offrirei di farlo sulla macchina di altri.
19. cucinare roba svariata. Sì. Forse è l'unica cosa che mi riesce bene davvero. Sei.
20. essere ateo spudorato. Sì, anche. Spudorata e militante. Sette.



Bene. Ricapitoliamo: abbiamo sette abilità in comune. Il risultato è “condividiamo un bel po’ di cose, debbo dire. Ciò ti fa sentire spacchioso?” Non so, dovrei? E tu ti senti spacchioso? O solo spocchioso?
Adesso viene la parte più difficile. Poiché mi sento già fiacca, riciclo alcune delle cose in comune con Tommy e ne aggiungo delle altre. Io so:

1. suonare la chitarra elettrica
2. fotografare con una reflex
3. leggere almeno un libro a settimana
4. cucinare roba svariata
5. essere atea spudorata
6. laurearmi in lettere moderne (ma siamo in troppi, è davvero un'abilità inflazionata)
7. guidare l'auto in ogni condizione psichica e ambientale
8. leggere il pensiero (è accaduto in una sola circostanza, ma credo basti)
9. scrivere, in particolare su commissione
10. elaborare piani B
11. distinguere una buona quantità di specie animali e vegetali
12. produrre olio d'oliva
13. distinguere i sapori e gli odori con buona approssimazione
14. individuare gli errori di traduzione di un testo
15. vomitare con garbo
16. ballare lo slow
17. intrattenere conversazioni con perfetti sconosciuti se sono costretta a farlo
18. boxare (pur essendo fuori allenamento)
19. scovare il marvis
20. fare dei regali appropriati

Ne mancano alcune, come per esempio sostenere la superiorità degli individui dai capelli rossi oppure preparare dei martini che nemmeno nei romanzi di Yates oppure ancora essere ospitale a mio modo o parlare a volume ridicolo riuscendo comunque a farmi sentire se voglio più altre capacità che afferiscono alla sfera sessuale e quindi forse non è bene elencarle qui.
È stata una faticaccia, ma ne è valsa la pena, soprattutto perché adesso tocca a Variazioni e ad Azalais. Mi metto comoda, e aspetto le loro twenty things e tutte le sacrosante contestazioni alle mie twenty things. Spietatemi.

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12 febbraio 2009
vita da scioperata
La mattina porto Zoe al parco. Parco è un termine improprio, che non appartiene alla terminologia della mia città, ma per i diversamente catanesi va benissimo. Insomma, un giardino pubblico che si trova a pochi isolati da casa mia. Al mattino è frequentatissimo da ragazzi delle scuole superiori (i temutissimi studenti medi) che vanno lì a baciarsi e a parlare di cellulari. Passeggio la mia cagnetta con nonchalanche, ascolterei pure della musica se non fosse che l'auricolare sinistro viene sempre scalzato dal piercing nell'antitrago, e volevo pure comprare una cuffia come si usava anni fa e invece non ne trovo, a meno di rassegnarsi a comprare degli orrendi cosi che non indosserei mai, mai, mai e poi mai. Mai.
Zoe ha una sua aiuola prediletta. Una mattina un giovane padre che l'ha vista accosciarsi ha urlato da lontano:

Signorina poi la toglie, vero?

Guardi che ha fatto la pipì, come la tolgo?

Un'altra volta un ragazzo ha detto a un altro ragazzo che i nuovi giochi per bambini sembrano i pali su cui si arrampicano le babbucce allo zoo.

Le babbucce?

Le babbucce.

Ma le babbucce te le metti ai piedi.

Sì, ma ci sono anche le babbucce, gli animali, delle piccole scimmie.

Tornando a casa, mi fermo in edicola, compro il giornale. Poi prendo il caffè al bar ricevitoria che si trova dall'altra parte della strada, davanti al mio portone. Se è il caso faccio la spesa. Poi torno su, traduco un po', ascolto musica a volumi che mia madre definirebbe altini. Qualcuno viene a trovarmi, qualcuno mi telefona. La sera decido da me se uscire o restare a casa. Ogni tanto incontro Ciuzzo, che rientra sempre molto tardi. Lo incontro di notte, oppure al mattino, e ha sempre la stessa faccia che grida aiuto.
C'è tanto sole. Mi aggiro come una pensionata tra la cucina, il bagno, la camera da letto, la sala da pranzo. Ho anche un cappotto da pensionata. Non mi manca niente. Anche annoiarsi costa fatica, pare.

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18 gennaio 2009
tra dieci anni
Mi avresti presa a braccetto con un certo orgoglio e ce ne saremmo andati in giro per il paese, rintontiti dal set di amari e liquori illegalmente distillati nello sgabuzzino. Ci saremmo divertiti a prendere in giro i parenti di mamma, e avremmo anche parlato di letteratura, nel nostro modo fazioso e grossolano che ci piace tanto. Tu avresti fatto considerazioni pecorecce sul fondoschiena della nuova moglie del cugino Fabio, e io avrei fatto finta di imbarazzarmi (ma solo finta, eh). Poi mi avresti chiesto una sigaretta e te l'avrei offerta, e ne avrei fumata una anche io. E poi mi avresti chiesto del mio lavoro, così: ma insomma si può sapere esattamente cosa fai? E io avrei tentato di spiegartelo ancora una volta, invano. E saremmo stati bellissimi, io e te, una quarantenne dai capelli corti e grigi e un settantenne leggermente in sovrappeso, dallo sguardo brillante e distante, sempre.

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23 ottobre 2008
questo mestiere mi spezza il cuore, lo fa a brandelli e poi lo macina.
Passo molto tempo a contatto con gli adolescenti, che sono delle creature indecifrabili, a volte detestabili, a volte adorabili.
Ingaggio lotte quotidiane per conquistare la loro attenzione e il loro rispetto, li ascolto mentre tirano fuori il loro peggio e vorrei sbatterli contro un muro e prenderli a pedate nel culo per far sì che capiscano che la vita non è solo cazzeggio e superenalotto e figa, e poi a volte mi guardano con quei loro occhi che hanno una innocenza straordinaria e sento che si è creato un contatto e a quel punto crack! il mio cuore si spezza.

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28 agosto 2008
le ore
Guardare il pesante orologio da polso accorgendosi che le ore passano e il sonno ancora non arriva. All'una si sta dietro il banco a vendere birra per pochi spiccioli ascoltando i Pussy Galore e sorridendo a tutti. Mani sui fianchi.
Alle due si chiude bottega. Si va in cerca di altri interlocutori, di altre birre.
Alle tre si entra in un bar, rompendo un bicchiere.
Alle quattro si assiste a una lite.
Alle cinque si è seduti per terra a chiedersi se dare o meno altre possibilità alla città. La chiave di tutto è l'abominio.
Alle sei si arriva nella casa dai soffitti alti, e si ascolta l'avvocato che spiega in che misura la custodia cautelare nel carcere di piazza Lanza sia una sorta di master per chi vuol fare carriera nel settore ambito e affollato della criminalità organizzata.
Alle sette gli ospiti abbandonano la casa. Chiudo i balconi e le finestre affinché la luce del sole non cominci troppo presto a mordermi la carne.
Un'altra notte così, e potrei non smettere più.

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25 agosto 2008
nero
Le ore antelucane (Landolfi). Le ore disumane (Pasolini).
Notte profonda in cui non ci sono appigli. E pensare che qui ci si è salvati poco prima di.
Una cosa vorrei, una cosa otterrò: essere risparmiata.

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16 agosto 2008
curiosa-cabinett


Ci sono riuscita.

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16 agosto 2008
donna a ore


Mi disintossico. Ristabilisco le priorità. Tengo per me un regalo. Non vado al mare. Fumo. Ascolto Knowle West Boy. Leggo Borges. Decido dove tatuarmi, e cosa. Lavo le porte. Tolgo la polvere. Faccio piani. Ospito gente. Cerco di costruire un piccolo teatro di cartone, ma le istruzioni sono in tedesco e non ci capisco un accidenti.

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15 agosto 2008
bah


Due palle così. Tornare in Italia dopo una settimana trascorsa all'estero – no, dico, avete presente una città in cui non ci sono isterismi e si vedono pochi poliziotti e per di più è piena di musei e gallerie d'arte e posti occupati e memoria?
Due palle così, dicevo. Tornare con una storia nuova da riscrivere, un'altra partenza imminente, ma prima due o tre giorni di prove a Milano e soprattutto capire se valga davvero la pena prendere una seconda laurea a quasi trent'anni.
L'Italia fa schifo. Te ne accorgi quando esci fuori dal terminal di Malpensa e trovi le auto parcheggiate in seconda fila. No, forse anche prima, leggendo Repubblica, comprata a due euro nelle edicole che ospitano la stampa internazionale. È un impazzimento diffuso. Anche le supplenze da me tanto detestate cominciano a diventare una specie di miraggio. Tutto volge al nero, e non c'è futuro né soddisfazione se non in ciò che faccio da me.
Arriva forse il momento di scrivere sul serio. La scrittura come fuga – e pensare che non avrei mai voluto.

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3 agosto 2008
musica simile a marc ribot. e vodka tonic, anche.
Sun Ra Albert Ayler Frank London Harry Partch Cassiber The Vandermark V Derek Bailey Fred Frith Erik Friedlander Art Ensemble of Chicago Ground Zero Willem Breuker Kollectief.
E altri.
Roba che serve quando si fa fotoritocco.
Mi regalate, per favore, una tavoletta grafica?
Ma infelice che significa?



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30 luglio 2008
rientri
Tornare a casa è fare la spesa, tenere in ordine, mangiare almeno due volte al giorno, stare al computer troppe ore di seguito, prendersi cura di Zoe, guardare il mare, dare l'acqua alle piante, fumare di più, sfarsi di meno.
Per evitare di disintossicarmi eccessivamente ho comprato una bottiglia di vodka e due confezioni di acqua tonica.

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24 luglio 2008
cucchiaini
In qualche modo che ancora mi sfugge, il controllo sul mio corpo e sulle mie reazioni comincia a dare i suoi frutti. Controllo non è il termine più adatto – potremmo chiamarla vigilanza. La vigilanza e la valutazione costante del bene e del male. Poi c'è la capacità di scelta autonoma e sopra ogni altra cosa l'abolizione del senso di colpa. Ho trascorso un intero inverno a Milano ragionando di sensi di colpa, monogamia e vincoli morali, tra una fumata e l'altra, sorsi di vino scadente dell'esselunga, Brian Eno, giochi di logica, passaggi in motorino, shakerata nella metropolitana, con gli occhiali da sole in un bar di via Manzoni (ma non era più inverno, era già primavera inoltrata), e cercavo di sentirmi forte, al di là del bene e del male, quando guidavo di notte lungo viale Abruzzi, e poi piazzale Loreto, e il cimitero monumentale e le trans che fioriscono proprio sotto casa a un certo orario della sera. Ragionavamo, io e Lorenzo, di rivoluzioni culturali, di libertà individuali, di sballi e di traumi. Io mi dicevo: sono pronta? Oppure non sono più ciò che avrei potuto essere? Mi dicevo: tutte queste teorie a cosa mi servono se poi non faccio altro che trascinarmi? Se mi basta lasciare i piatti sporchi per una notte per starne male (e non lavarli ugualmente, è chiaro)? Se una parte di me ha bisogno di sentirsi produttiva e frustrata e stressata e sessualmente insoddisfatta e uterina e in sovrappeso e spaventata dai tatuaggi, dai microfoni e dalle mille possibilità di urlare e rompere gli oggetti, fracassare ortaggi contro le pareti della cucina, rendere impossibile la vita agli altri, inseguire i desideri, comprare vibratori, ignorare i bisogni di chi mi sta accanto?
In questo soggiorno siciliano mi sono presa per un orecchio e infilata in una sorta di miscelatore emotivo. Anzi, no, una centrifuga. Ora mi sento proprio così: centrifugata. Le scorie da una parte, la sostanza dall'altra. Ho toccato parti di me che hanno ceduto. Altre le ho scoperte, nuove, fresche come se fossi nata da un giorno. A chi gioveranno tutte queste novità? A me? A lui? A chi? Vi prego, cavatemi le ovaie prima che sia troppo tardi.

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22 luglio 2008
gesù e la tequila mi sarebbero d'aiuto
C'è chi la chiama sindrome premestruale, io lo chiamo sguardo che incendia. È il pronto soccorso ormonale, il richiamo archetipico, la presa di realtà. La faccio lunga? Forse.
Domenica mi rimetto in viaggio. Per la prima volta dopo anni – anni – ho trascorso quaranta giorni (numero biblico, se ci fate caso) nella stessa città. La palude che si è formata laddove avrebbe dovuto esserci del liquido cerebrale squisitamente conduttore è un sintomo di questa stasi. I libri che non ho letto sono un sintomo di questa stasi. Le parole che non ho scritto sono un sintomo di questa stasi. Ecco cosa accade a dare ascolto al corpo (come se non lo sapessi). Hai voglia a dire facciamo, suoniamo, giriamo, parliamo se poi il risultato è questo che vedi. Miss Anarchia, mi chiamano. Staminchia. Oltre a leggere il manifesto e farmi le canne non ho fatto molto di più. Ma mica è colpa mia. È la città, è il caldo, è la stanchezza generalizzata, è l'abbandono prima della battaglia. Rimettermi in partenza verso terre più fresche (per poi puntare su Berlino ad agosto) mi permetterà di lavare gli occhi e l'amigdala. Registrare a Milano mi restituirà la consistenza ferrosa dello scorso inverno. Settembre (dolce settembre) mi rivedrà nuovamente nella casa dai soffitti alti, ma con un altro cuore e un'altra immagine. Intanto sia noto a tutti che mangiare una volta al giorno e in quantità irrisorie mi ha fatto perdere peso – sparire sarebbe gradito.

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15 luglio 2008
quella che pensava di
Questo cielo così bianco. E quest'afa che mi ammazza i pensieri. E la scatola dei miei ricordi, in un istante di pietra. E se solo riuscissi a sentirmi, forse potrei diventare un cardine su cui fare ruotare la mia esistenza e quella di chi amo. Questo cielo così bianco, e la tempesta che forse arriva, arriverebbe se si alzasse il vento. La casa dai soffitti alti che diventa veramente mia solo quando piove dai balconi spalancati, neanche ricordo più cosa è accaduto in uno di questi giorni di pioggia, forse era agosto e pioveva, non lo so, era agosto e pioveva e bevevo cabernet chiedendomi sarà vero?
Sarà vero? Me lo chiedo ancora adesso, e il peso della mia imperfezione è tale da schiantarmi le vene.

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26 giugno 2008
Milo Manara, disegnatore per signorine
Milo Manara, disegnatore per signorine, fa mostra di sé sul mio letto accanto a Bukowski. A me non  piace nessuno dei due, e questo è il prezzo da pagare per aver perso la mia copia sgualcita di Opus Pistorum. Al quarto giorno dal mio ritorno, e con ancora un intero mese da trascorrere in questa città, in questa casa, con tutte queste vecchie cattive abitudini tipo bere tutte le sere e sudare veleno, le cose che accadono a milletrecento chilometri da qui cominciano a mostrarsi dietro una specie di lente traslucida che le fa tremolare nella distanza e nel ricordo. La casa di Albisola, quella di Milano, le prove, i supermercati, la filovia, il tram, la metropolitana, il casello dell'autostrada e la stazione di servizio sul Passo del Turchino. Ma la colpa non è mica mia. È colpa di questa immensa bolla che racchiude questa città e tutti i suoi abitanti, questa città autosufficiente a tal punto da sembrare quasi circondata da un fossato in cui nuotano animali feroci e galleggiano teste mozzate. Sì, dev'essere qualcosa del genere.
Ciononostante mi sento sempre in prestito. E non accade solo qui. Accade ovunque. Non c'è nido e non c'è radice. Però l'altro ieri una vecchia zia mi ha mostrato una foto della mia trisnonna assieme alla mia bisnonna e a un numero non meglio precisato di prozie e prozii. Mi ha emozionato profondamente. Se riesco a farne una copia ve la faccio vedere, così capirete di che sangue e  carne sono fatta.

Postilla: mi dicono che questa casa, un paio di giorni prima del mio arrivo, si sia messa in subbuglio per la gioia. Ecco, vorrei dire alle presenza che la abitano grazie, lusingata, ma per carità, che non vi venga in mente di mostrarvi, soprattutto quando la Cippinz viene a trovarmi. Grazie.

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18 giugno 2008
iperico informatico
Il nuovo computer.

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16 giugno 2008
che fare.
Il mio computer ha deciso di suicidarsi smettendo di alimentarsi. Come dargli torto. Io però avevo in programma di comprare l'amplificatore. Adesso bisogna riorganizzare le priorità. Il nuovo computer? L'ampli? L'ampli? Il nuovo computer? Un lavoro? Un amante senza fissa dimora? L'ampli? Il digiuno? Droghe a tinchité? Il nuovo computer?

Ho smesso la pillola da poco e sono confusa. Passerà.

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12 giugno 2008
l'ospite

Catania, esterno notte. Cortile di palazzo nobiliare, gattopardesco, ben conservato, erbacce negli interstizi dei laterizi. Cena sociale. Cuore triste e gonfio di pianto ma al tempo stesso allegro. A tavola con un tedesco, una giapponese, un inglese, uno scozzese, una romana. Altra umanità e altri scienziati naturali agli altri tavoli. Scienziati accorsi da ogni dove per commemorare la tua memoria. Come funziona questa cosa? Cosa esattamente commemoriamo? L'uomo di scienza? L'amico? Il padre? Mi rimproveravi perché stavo zitta durante le conversazioni in inglese. Tu non capivi perché stessi zitta. I figli non andrebbero esibiti, ma va bene comunque. Stasera riesco a comunicare. Il tedesco, un vulcanologo di sinistra che ha studiato a Berkeley, mi parla volentieri. Mi racconta i suoi ricordi di te. La cena con i suoi studenti nella terrazza della nostra casa, quando poi vi siete messi a ballare. Si stupisce quando gli dico che mi ricordo quella serata, anche se ero appena una bambina. Non è che mi ricordi molto, di quella sera, se non un gran numero di giovani altissimi e biondissimi, molto gentili con me. Il vulcanonogo mi dice che in questi vent'anni ha avuto modo di conoscere la nostra famiglia, di capirla. Forse esagera. Mi dice che ha sempre pensato che io fossi destinata a un mestiere intellettuale, come te. Gli dico che voglio continuare a studiare. Mi dice che è un'ottima idea, che la mia strada è la ricerca. Io lo ascolto perché non smetterò mai di cercare surrogati paterni dappertutto, specie in uomini che ti hanno conosciuto. Bevo vino rosso, poi vino bianco. A ogni sorso brindo a te, e mi chiedo come mai nessuno scoppi a piangere nel rendersi conto che ci siamo tutti, e che manchi solo tu.


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12 giugno 2008
lungo la china

Avete presente quel periodo dell'esistenza in cui tutto ci parla? Le canzoni, i film, i libri, le grandi storie d'amore che ci raccontano, i palazzi, gli odori, tutto è lì per noi, il nostro sfondo per imprese eroiche o per struggimenti senza dubbio unici, tutto è concorde, le vibrazioni delle corde vocali di Emidio Clementi, tutto quanto.
Quel periodo sta finendo, per me. Come faccio a trattenerlo? Come faccio a mantenere i ricordi? Nessuna canzone d'amore è anche per me. Nessuno urla dalle casse per me. Le strade non mi promettono niente. È la vecchiaia. Io, come i cani, ho un'età biologica che non coincide con quella anagrafica. Per esempio adesso ho come minimo 45 anni.
Certo, non sto ad assistere impotente. Provo a tamponare con progetti velleitari e infruttuosi. Tipo tagliare i capelli. Tipo farmi iniezioni di musica sentimentale ma non troppo. Tipo comprare cose a poco prezzo. Tipo chiedermi da quanto tempo non piango, e forse è accaduto poco poco tempo fa.


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11 giugno 2008
va bene / va male

La scuola è finita. Gli scrutini quasi. Il Romanzo Serio non lo scrive nessuno. Il rochenròl va che è una meraviglia. Le rose sono sbocciate. Ho indossato i sandali. Mi raserò a zero. Mi iscrivo di nuovo all'università. Ho smesso di prendere la pillola. La mia fame è triplicata. Zoe puzza. E tra qualche giorno sarò di nuovo a Catania, per diventare una Rossella O'Hara da quattro soldi. Meno male che Alienor mi porterà in dono della cipria da Parigi, pare che ad Atlanta vada molto di moda, ultimamente.


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7 giugno 2008
difetti
Io non riesco mai a dire addio. Sono una che per dire addio scrive lettere chilometriche o chiama in continuazione. Tipo: vattene affanculo. Poi, il giorno dopo: l'hai capito che te ne devi andare affanculo? Dopo due giorni: cioè, una ti manda affanculo e tu non dici niente? E via dicendo.

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21 aprile 2008
bruciare aeroplani mi fa stare molto meglio

Ho messo Milano nella naftalina per qualche tempo. Mentre mi trovavo a Catania ho ricevuto un telegramma da una scuola allettante, per un periodo sufficientemente breve, e ho accettato. Tra qualche ora torno in cattedra, e non so come andrà. Improvvisazione, senza dubbio. Le materie? Latino, storia e geografia. Oltretutto non ricordo nulla, ma proprio nulla, di storia greca e romana, ma immagino non sia un problema. Conosco insegnanti che a un passo dalla pensione preparano ancora le proprie lezioni. Molto meglio che andare a naso, vi pare?
Tutto il resto accaduto in questi ultime settimane, i viaggi, le elezioni, Roma, Catania, la presentazione al Kollatino, la sindrome di von Aschenbach, la pioggia, il Romanzo Serio, la Pecora, A Hawk and a Hacksaw, tutto quanto potrebbe essere discusso su questo blog o potrebbe precipitare nell'oblio. Dipende dal tempo, dal sonno e dall'irriducibile egotismo del web 2.0.


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31 gennaio 2008
beware

Alcune foto si somigliano tutte. In questa casa uno scatto ritrae una bambina che alza un braccio, su una strada polverosa di un paesino di campagna. Sembra mia madre: stesso vestito, stessa pettinatura, stessa polvere. Altre foto si somigliano: quelle fatte durante il Carnevale, quelle fatte in spiaggia, quelle fatte in occasione dei compleanni. Veniamo tutti dagli stessi eventi, e gli album delle foto di famiglia stanno lì a testimoniarlo.Nella coincidenza di due fatti, stamattina sono diventata molto triste. Immagino ci sia chi ha teorizzato questa sensazione, prima di me, meglio di me. Gesualdo Bufalino su tutti, nel suo prontuario del siciliano perfetto. Il pensiero dell'esaurirsi della mia linea familiare mi ha colpita nella pancia, con violenza, stamattina. Come se questo nostro volerci bene fosse destinato a finire, senza iniezioni di nuova vita a cui volere altrettanto bene, se non di più. Invece che un'aumento in progressione geometrica, sto assistendo a un assottigliarsi che non lascia prevedere alcun futuro per la mia gente (nel significato latino del termine, ovviamente). Questo pensiero tristissimo, accompagnato dall'anatema di mia madre a proposito delle lenzuola di lino che non ha senso cucire perché non avrò nessuno a cui lasciarle, mi ha, ovviamente, portata a riconsiderare l'ipotesi maternità. È durato poco. Una nuova vita non può nascere sotto l'ipoteca di una memoria da tramandare, e delle lenzuola di lino da lasciare in dote.Lo scorso fine settimana, però, si teorizzava il battesimo umanista, o qualcosa del genere: una cerimonia, più o meno informale, attraverso cui dei genitori attribuiscono al proprio figlio un padrino o una madrina, scegliendo nella cerchia degli amici più intimi. Se avessi un figlioccio gli lascerei la collezione di Linus. E le lenzuola di lino. E anche la casa dai soffitti alti, un giorno. Certo, se avessi un figlio, sarebbe più semplice, ma no, non lo posso proprio fare.

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22 gennaio 2008
talloni

Mio padre era un insonne. Non credo avesse problemi particolari a prendere sonno, era un insonne per scelta. Lo so perché anche io lo sono. Posso addormentarmi in qualunque momento in qualunque posizione in qualunque luogo. Però mi piace restare sveglia mentre tutti dormono. Lo facevo spesso quando abitavo dai miei, o nei mesi in cui ho vissuto da sola nella grande casa dai soffitti alti. Restare sveglia mentre gli altri dormono è una solitudine felice. Ho sempre pensato che mio padre non riuscisse a vivere con noi, per quanto si sforzasse. Prima che si ammalasse, era sempre l'ultimo ad andare a dormire. Lo sentivo camminare per casa, e riuscivo a immaginare perfettamente tutti i suoi gesti. Lo capivo dallo scricchiolio delle sue ginocchia e soprattutto dal tonfo dei talloni sul pavimento. Camminava sempre a piedi nudi, anche d'inverno. Sentivo il rumore del'accendino, e il tintinnio del bicchiere. Riconoscevo il suono del vino che esce fuori dalla bottiglia, e lo scollamento della guarnizione del frigorifero quando si apre lo sportello. Sentivo tutto, anche se il mio letto si trovava in una posizione diametralmente opposta alla cucina. Certe volte lo sentivo sfogliare le tesi, gli abstract, i programmi dei congressi. In mutande e maglia di lana, sigaretta, posacenere (sempre lo stesso, da una vita) e la luce del neon crudissima e fredda. Lavorava così, solo dopo che tutti noi eravamo andati a dormire. Non ha mai pensato di sistemarsi uno studio in casa, anche se avrebbe avuto lo spazio per farlo. Era per lui impensabile lavorare mentre noi eravamo svegli e impegnati nelle nostre attività quotidiane. Si sentiva costretto da qualche strana legge della convivenza familiare a darci retta, spesso impedendoci di fare quello che stavamo cercando di fare.
Io sono convinta che lui (come me, esattamente come me) vivesse la famiglia come una specie di imposizione, il matrimonio come un male necessario, i figli come un ponte per l'immortalità. Per questo la domenica erano guai. Per questo i periodi di festa erano pieni di tensione. Mio padre stava bene, di notte, mentre noi dormivamo. Ci sapeva tranquilli nei nostri letti, e poteva, per qualche ora, fingere di essere solo.
Io, se avessi una famiglia, starei sveglia tutte le notti, a conquistarmi la solitudine. Lo capisco, adesso lo capisco.


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24 dicembre 2007
riassunto delle puntate precedenti
La domanda era: meglio scrivere tanti piccoli post suddivisi per argomenti, o un unico grande post in cui raccontare, in maniera confusa, tutti gli avvenimenti dall'ultimo aggiornamento del blog?
La risposta, ovviamente, è un unico grande post in cui raccontare, in maniera confusa, tutti gli avvenimenti dall'ultimo aggiornamento del blog.
Quindi, procedendo con ordine, a meno che la memoria non mi tradisca, la prima cosa di notevole importanza da comunicare a voialtri è che ho espresso i miei desideri riguardo allo stage. Desideri che molto probabilmente verranno esauditi, portandomi così, a partire da febbraio, in una piccola agenzia di cessione di diritti di traduzione.
Nel frattempo ho cominciato la lettura di Fratelli d'Italia di Ferruccio Pinotti. È un ritratto della massoneria italiana, con particolare attenzione alle sue componenti deviate. Le interviste a Francesco Cossiga e a Licio Gelli suscitano istinti omicidi.
L'evento capitale della settimana è stato il ritorno in Sicilia. Ecco, vorrei fare causa alle Ferrovie dello Stato per avermi rubato tutto il romanticismo del rientro. Ah, figli di puttana. Basta una pioggerellina del cazzo per far franare la ferrovia, per l'esattezza poco prima di Taormina. Se fossimo in un paese civile (che bello questo gergo da portinaia) avrebbero bloccato un binario e fatto procedere i treni sugli altri. Solo che non ci sono altri binari, in Sicilia. Ce n'è uno, e se funziona, bene, altrimenti niente, si traghetta a piedi e si prende la navetta. Tutti, compresi gli anziani che non hanno avuto il tempo di avvertire i figli per farsi venire a prendere a Messina, visto che abbiamo saputo dell'intoppo al nostro arrivo a Villa San Giovanni. Poi ci sono stati altri contrattempi, per cui ho perso il primo e il secondo traghetto, e una volta sbarcata dal terzo le navette per Catania erano già partite e strapartite. Tutta colpa sua.
Insomma, alla fine torno. Ritrovo una città immersa nella barbarie. Sporca, buia, piena di cantieri sotto sequestro. Un volantino della Confcommercio appeso a quasi tutte le vetrine del centro mi informa che il buco nel bilancio delle casse comunali è arrivato a livelli inumani. Novanta milioni di euro di debito con i fornitori, e duecentocinquantamilioni di debito con le banche. Però in piazza Duono c'è un bellissimo stand in cui dei solerti impiegati ti spiegano in che modo l'attuale giunta comunale stia progettando la Catania del futuro. Ah, che culo. Meno male che c'è lei.
Già sul treno avvertivo questa strana sensazione di emigrante. Ero con altri quattro emigranti, sarà stato per quello. Gente che torna a casa per le feste, e si getta a capofitto in tutto quello che città come Milano o Roma non possono darti: il cannolo di ricotta, la pizzetta più buona del mondo. L'altra mattina ho fatto colazione al bar sotto casa (un orrendo bar rossoblu, col barista però gentile), caffé, due bicchieri d'acqua, cornetto, tagliando per il parcheggio, uneuroessessantaprego, non ci volevo credere (e infatti non ci credo tutt'ora, secondo me ha dimenticato di farmi pagare il tagliando).
Poi c'è stato il ritorno nella casa dai soffitti alti.
Poi c'è stata la neve sull'Etna, da lontano.
Poi mi hanno detto che a quanto pare la sabbia nera nella spiaggetta di San Giovanni li Cuti è asfalto tritato. Diobòno.
Poi sono andata a trovare il Reverendo.
Poi ci sono tanti cani randagi, più di quanti ricordassi.
Poi piove, ed è tutto un pantano.
Poi io devo ripartire presto, ché c'è il trasloco da perfezionare. La mia stanza è entrando sulla sinistra.



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