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hooverine
4 agosto 2009
e/e
Cosa si dicono un padre che ha perso una figlia e una figlia che ha perso un padre?

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permalink | inviato da hooverine il 4/8/2009 alle 17:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
28 luglio 2009
senilità


Muratori in casa, ristrutturazione del bagno. Casa che diventa rifugio un po' più simile a me. Ho scoperto che il soffitto del salone è alto 598 centimetri. Mi gonfio d'orgoglio e do ragione a mio nonno, che andava in giro impettito per il paese vantando questi soffitti alti (salvo poi smorzare tutto applicando alle pareti questa orrenda carta da parati che oramai ha i giorni contati). Con l'approssimarsi dell'età della ragione mi è passata la voglia di dispersione e ho pure cominciato ad andare al mare. Metto le ginocchia nella sabbia per assorbire anni di vita debosciata. Mi abbronzo: cazzo mi abbronzo. Dormo poco e male, come tutte le persone anziane. Guardo con una certa cupidigia la boccetta di lexotan di mia madre, ma so che è quella x a sedurmi, che non c'è nient'altro, e che comunque dovrei fare i conti con mia madre senza lexotan e non va bene. Ascolto mio fratello e mia cognata parlare di matrimonio, seduti al tavolo di una pizzeria a centinaia di metri sul livello del mare. Lei dice, tra le altre cose, che il poker non dovrebbe essere piazzato il lunedì sera perché così le mogli restano sole. Meglio, molto meglio la domenica pomeriggio, così le mogli hanno tempo e silenzio per fare il bucato e rassettare la casa. Mio fratello non so se è d'accordo. Penso di sì. O meglio: è confortato. Immagino ci si possa sentire confortati. Anche io mi sentirei confortata da un lavoro, una famiglia, delle regole. Sedersi a tavola assieme, alzarsi assieme. Sposarsi per non sentirsi soli, per non essere soli. Festeggiare gli anniversari. Ubriacarsi di nascosto. Svegliarsi la mattina, farsi la barba e sentirsi uomini di sostanza che hanno la famiglia, la moglie gravida, la cristalleria in soggiorno. Tutto questo, se ben fatto, è ben fatto. Io nutro ammirazione (altro segno di senilità, che ve lo dico a fare).
Ci sono alcuni cuccioli in arrivo. Tipo quattro o cinque. Alcuni di loro mi faranno sentire un po' zia. Sono nata zia. Se mio fratello non mi rende zia a tutti gli effetti m'incazzo. Voglio essere la zia stramba della famiglia. Quella che si va a trovare ogni tanto. Che fa divertire i nipotini. Che li ospita quando a quattordici anni litigano con i genitori e non sanno dove andare, e allora vengono da me perché qui hanno i fumetti strani da leggere sdraiati sul pavimento del salone (appunto) senza che nessuno dica loro di non sporcarsi. La zia a cui chiedere: zia, perché non hai dei bambini? Oppure: perché non ti sei sposata? Oppure: cosa stiamo ascoltando, zia?
Questa è la mia particolare declinazione di desiderio di stabilità: un nano disceso dai lombi (brrr) di mio fratello che mi voglia bene come si può voler bene a una zia stramba coi capelli grigi.
Neanche trent'anni e mi sento già vecchia, vecchia, vecchia e fuori gioco.

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permalink | inviato da hooverine il 28/7/2009 alle 9:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
23 giugno 2009
la mia casa a giugno

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12 giugno 2009
vissi d'arte, vissi d'ammore

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2 marzo 2009
le chiavi
No, non ho niente da fare, niente da dire. Sto nel salotto dai soffitti alti, le imposte chiuse, un leggero freddo. Non ho nulla di intelligente o di evocativo da scrivere, quindi è arrivato il momento della comicità involontaria delle chiavi di ricerca di questo blog. Possono essere suddivise in alcune categorie: pornografica, psicologica/medica, pratica, scolastica, random.
Le chiavi pornografiche. Nel 2009 vincono “clitolide” (con la erre, deficiente); “pacco di peli attraverso le mutandine” (pacco maschile? femminile? comunque troppo rispetto per te, i peli devono tornare in auge nau); “ho sessanta anni e mi faccio le seghe” (EROE); “racconti incestuosi di mutande molto bagnate” (le mutande hanno delle relazioni di parentela tra loro?); “sadomaso masturba con coltello” (interessante); “storie erotiche di mamme che guardano il figlio masturbarsi” (OBS); “pompini amatoriali carabinieri” (il fascino intramontabile della divisa); “handicap madre masturbazione” (vergògnati); “porno done lo fane con animali” (lo fane, lo fane), e per ultimo il criptico “xxl faloppio” (si accettano suggerimenti).
Le chiavi psicologiche/mediche. Poca roba, ma seria: “cura pornofilia” (sicuramente c'è dietro una donna apprensiva); “complesso di elettra irrisolto” (ah, non dirlo a me); “ho sognato un aspirapolvere e dei surgelati” (stai male); “come far fare pipì ad un gatto paralizzato” (variante veterinaria).
Le chiavi pratiche. Uno spaccato di umanità che a volte sorprendentemente sottolinea le mie ossessioni: “biotronic segreti” (sapessi!); “cerco occupazione come tappezziere di carta parati anche a lestero” (ce la puoi fare); “sono italiano se voglio scrivere parole d amore in russo e in slavo cosa devo” (spero non te la diano mai, brutto italiano rincoglionito); “oficio imigrati treviso” (eh, in bocca al lupo, guarda); “donna quarantenne bruna capelli corti cerca uomo serio” (qui c'è solo una donna frivola, mi spiace).
Le chiavi scolastiche. Solo una: “i malavoglia sopravvalutati” (ci hai ragione). In effetti ce n'è un'altra che includerei in questa categoria, ed è “mia madre mi fà fare il culo”.
Infine, le chiavi random, ovvero quelle che potrebbero rientrare nelle altre categorie ma che si distinguono per alcuni tratti specifici. C'è l'evergreen “panineria ambulante”; l'inquietante “vorrei conoscere alcuni pesci surgelati”, ma soprattutto, e qui cala un velo di tristezza (ma davvero): “mio babbo a nervi non so dove è nervosissimo come facci?”
Bene, anche oggi ho svoltato un post inutile, ma almeno mi sono distratta. Ciao ciao.


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permalink | inviato da hooverine il 2/3/2009 alle 16:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
12 febbraio 2009
vita da scioperata
La mattina porto Zoe al parco. Parco è un termine improprio, che non appartiene alla terminologia della mia città, ma per i diversamente catanesi va benissimo. Insomma, un giardino pubblico che si trova a pochi isolati da casa mia. Al mattino è frequentatissimo da ragazzi delle scuole superiori (i temutissimi studenti medi) che vanno lì a baciarsi e a parlare di cellulari. Passeggio la mia cagnetta con nonchalanche, ascolterei pure della musica se non fosse che l'auricolare sinistro viene sempre scalzato dal piercing nell'antitrago, e volevo pure comprare una cuffia come si usava anni fa e invece non ne trovo, a meno di rassegnarsi a comprare degli orrendi cosi che non indosserei mai, mai, mai e poi mai. Mai.
Zoe ha una sua aiuola prediletta. Una mattina un giovane padre che l'ha vista accosciarsi ha urlato da lontano:

Signorina poi la toglie, vero?

Guardi che ha fatto la pipì, come la tolgo?

Un'altra volta un ragazzo ha detto a un altro ragazzo che i nuovi giochi per bambini sembrano i pali su cui si arrampicano le babbucce allo zoo.

Le babbucce?

Le babbucce.

Ma le babbucce te le metti ai piedi.

Sì, ma ci sono anche le babbucce, gli animali, delle piccole scimmie.

Tornando a casa, mi fermo in edicola, compro il giornale. Poi prendo il caffè al bar ricevitoria che si trova dall'altra parte della strada, davanti al mio portone. Se è il caso faccio la spesa. Poi torno su, traduco un po', ascolto musica a volumi che mia madre definirebbe altini. Qualcuno viene a trovarmi, qualcuno mi telefona. La sera decido da me se uscire o restare a casa. Ogni tanto incontro Ciuzzo, che rientra sempre molto tardi. Lo incontro di notte, oppure al mattino, e ha sempre la stessa faccia che grida aiuto.
C'è tanto sole. Mi aggiro come una pensionata tra la cucina, il bagno, la camera da letto, la sala da pranzo. Ho anche un cappotto da pensionata. Non mi manca niente. Anche annoiarsi costa fatica, pare.

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permalink | inviato da hooverine il 12/2/2009 alle 0:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
3 ottobre 2008
cani randagi
Se la notte è profonda io mi nascondo da me stessa.

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28 agosto 2008
le ore
Guardare il pesante orologio da polso accorgendosi che le ore passano e il sonno ancora non arriva. All'una si sta dietro il banco a vendere birra per pochi spiccioli ascoltando i Pussy Galore e sorridendo a tutti. Mani sui fianchi.
Alle due si chiude bottega. Si va in cerca di altri interlocutori, di altre birre.
Alle tre si entra in un bar, rompendo un bicchiere.
Alle quattro si assiste a una lite.
Alle cinque si è seduti per terra a chiedersi se dare o meno altre possibilità alla città. La chiave di tutto è l'abominio.
Alle sei si arriva nella casa dai soffitti alti, e si ascolta l'avvocato che spiega in che misura la custodia cautelare nel carcere di piazza Lanza sia una sorta di master per chi vuol fare carriera nel settore ambito e affollato della criminalità organizzata.
Alle sette gli ospiti abbandonano la casa. Chiudo i balconi e le finestre affinché la luce del sole non cominci troppo presto a mordermi la carne.
Un'altra notte così, e potrei non smettere più.

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24 luglio 2008
cucchiaini
In qualche modo che ancora mi sfugge, il controllo sul mio corpo e sulle mie reazioni comincia a dare i suoi frutti. Controllo non è il termine più adatto – potremmo chiamarla vigilanza. La vigilanza e la valutazione costante del bene e del male. Poi c'è la capacità di scelta autonoma e sopra ogni altra cosa l'abolizione del senso di colpa. Ho trascorso un intero inverno a Milano ragionando di sensi di colpa, monogamia e vincoli morali, tra una fumata e l'altra, sorsi di vino scadente dell'esselunga, Brian Eno, giochi di logica, passaggi in motorino, shakerata nella metropolitana, con gli occhiali da sole in un bar di via Manzoni (ma non era più inverno, era già primavera inoltrata), e cercavo di sentirmi forte, al di là del bene e del male, quando guidavo di notte lungo viale Abruzzi, e poi piazzale Loreto, e il cimitero monumentale e le trans che fioriscono proprio sotto casa a un certo orario della sera. Ragionavamo, io e Lorenzo, di rivoluzioni culturali, di libertà individuali, di sballi e di traumi. Io mi dicevo: sono pronta? Oppure non sono più ciò che avrei potuto essere? Mi dicevo: tutte queste teorie a cosa mi servono se poi non faccio altro che trascinarmi? Se mi basta lasciare i piatti sporchi per una notte per starne male (e non lavarli ugualmente, è chiaro)? Se una parte di me ha bisogno di sentirsi produttiva e frustrata e stressata e sessualmente insoddisfatta e uterina e in sovrappeso e spaventata dai tatuaggi, dai microfoni e dalle mille possibilità di urlare e rompere gli oggetti, fracassare ortaggi contro le pareti della cucina, rendere impossibile la vita agli altri, inseguire i desideri, comprare vibratori, ignorare i bisogni di chi mi sta accanto?
In questo soggiorno siciliano mi sono presa per un orecchio e infilata in una sorta di miscelatore emotivo. Anzi, no, una centrifuga. Ora mi sento proprio così: centrifugata. Le scorie da una parte, la sostanza dall'altra. Ho toccato parti di me che hanno ceduto. Altre le ho scoperte, nuove, fresche come se fossi nata da un giorno. A chi gioveranno tutte queste novità? A me? A lui? A chi? Vi prego, cavatemi le ovaie prima che sia troppo tardi.

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permalink | inviato da hooverine il 24/7/2008 alle 20:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
22 luglio 2008
gesù e la tequila mi sarebbero d'aiuto
C'è chi la chiama sindrome premestruale, io lo chiamo sguardo che incendia. È il pronto soccorso ormonale, il richiamo archetipico, la presa di realtà. La faccio lunga? Forse.
Domenica mi rimetto in viaggio. Per la prima volta dopo anni – anni – ho trascorso quaranta giorni (numero biblico, se ci fate caso) nella stessa città. La palude che si è formata laddove avrebbe dovuto esserci del liquido cerebrale squisitamente conduttore è un sintomo di questa stasi. I libri che non ho letto sono un sintomo di questa stasi. Le parole che non ho scritto sono un sintomo di questa stasi. Ecco cosa accade a dare ascolto al corpo (come se non lo sapessi). Hai voglia a dire facciamo, suoniamo, giriamo, parliamo se poi il risultato è questo che vedi. Miss Anarchia, mi chiamano. Staminchia. Oltre a leggere il manifesto e farmi le canne non ho fatto molto di più. Ma mica è colpa mia. È la città, è il caldo, è la stanchezza generalizzata, è l'abbandono prima della battaglia. Rimettermi in partenza verso terre più fresche (per poi puntare su Berlino ad agosto) mi permetterà di lavare gli occhi e l'amigdala. Registrare a Milano mi restituirà la consistenza ferrosa dello scorso inverno. Settembre (dolce settembre) mi rivedrà nuovamente nella casa dai soffitti alti, ma con un altro cuore e un'altra immagine. Intanto sia noto a tutti che mangiare una volta al giorno e in quantità irrisorie mi ha fatto perdere peso – sparire sarebbe gradito.

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15 luglio 2008
quella che pensava di
Questo cielo così bianco. E quest'afa che mi ammazza i pensieri. E la scatola dei miei ricordi, in un istante di pietra. E se solo riuscissi a sentirmi, forse potrei diventare un cardine su cui fare ruotare la mia esistenza e quella di chi amo. Questo cielo così bianco, e la tempesta che forse arriva, arriverebbe se si alzasse il vento. La casa dai soffitti alti che diventa veramente mia solo quando piove dai balconi spalancati, neanche ricordo più cosa è accaduto in uno di questi giorni di pioggia, forse era agosto e pioveva, non lo so, era agosto e pioveva e bevevo cabernet chiedendomi sarà vero?
Sarà vero? Me lo chiedo ancora adesso, e il peso della mia imperfezione è tale da schiantarmi le vene.

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26 giugno 2008
Milo Manara, disegnatore per signorine
Milo Manara, disegnatore per signorine, fa mostra di sé sul mio letto accanto a Bukowski. A me non  piace nessuno dei due, e questo è il prezzo da pagare per aver perso la mia copia sgualcita di Opus Pistorum. Al quarto giorno dal mio ritorno, e con ancora un intero mese da trascorrere in questa città, in questa casa, con tutte queste vecchie cattive abitudini tipo bere tutte le sere e sudare veleno, le cose che accadono a milletrecento chilometri da qui cominciano a mostrarsi dietro una specie di lente traslucida che le fa tremolare nella distanza e nel ricordo. La casa di Albisola, quella di Milano, le prove, i supermercati, la filovia, il tram, la metropolitana, il casello dell'autostrada e la stazione di servizio sul Passo del Turchino. Ma la colpa non è mica mia. È colpa di questa immensa bolla che racchiude questa città e tutti i suoi abitanti, questa città autosufficiente a tal punto da sembrare quasi circondata da un fossato in cui nuotano animali feroci e galleggiano teste mozzate. Sì, dev'essere qualcosa del genere.
Ciononostante mi sento sempre in prestito. E non accade solo qui. Accade ovunque. Non c'è nido e non c'è radice. Però l'altro ieri una vecchia zia mi ha mostrato una foto della mia trisnonna assieme alla mia bisnonna e a un numero non meglio precisato di prozie e prozii. Mi ha emozionato profondamente. Se riesco a farne una copia ve la faccio vedere, così capirete di che sangue e  carne sono fatta.

Postilla: mi dicono che questa casa, un paio di giorni prima del mio arrivo, si sia messa in subbuglio per la gioia. Ecco, vorrei dire alle presenza che la abitano grazie, lusingata, ma per carità, che non vi venga in mente di mostrarvi, soprattutto quando la Cippinz viene a trovarmi. Grazie.

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