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hooverine
30 settembre 2009
milano dolce autunno

Autunno dolce. Ciao Milano, piena di donne cicogna e di giapponesi. Se vuoi entrare in duomo devi sottoporti a scansione e per giunta non si possono fare le fotografie. Peccato. Sarei entrata. Per dire, oggi ho preso il tram, sono scesa in via Torino, ho attraversato la piazza e senza alcuna esitazione mi sono infilata nella galleria per sbucare nella piazza del teatro alla Scala. Senza avere nessuna sensazione di pericolo. Che io sia guarita? Che l'agorafobia sia stata sostituita da qualche forma più sottile di paura?
I ristoranti di lusso di Milano dispongono calamari orfani sul loro stesso inchiostro, e friggono foglie di menta in assoluta malafede. I commessi dei negozi mostrano un'allegria innaturale. Fa caldo, la schiena suda. La mia concentrazione sta soprattutto sui passi. Uno dopo l'altro. Poi, occhiali da sole quando sono in strada, occhiali da vista quando sono al chiuso. Occhiali da sole sul tram, voglio leggere, no, ho sonno, anzi no, voglio leggere, anzi no, guardo il cellulare, poi rimetto tutto in borsa e guardo le persone accanto a me ma ho rimesso gli occhiali da vista per leggere il libro che poi non ho letto e quindi mi imbarazza guardare la gente sapendo che la gente può guardarmi negli occhi e allora poggio la testa all'indietro contro il finestrino, chiudo questi benedetti occhi e mi appisolo, ma leggermente, per non perdere la mia fermata. E quando arrivo a casa tolgo i vestiti sudati, mi metto a letto, sprofondo. Sento arrivare dalla finestra le grida preistoriche dei bus e il borbottare del traffico e pure l'odore di Milano, e l'odore di questa casa. Mi addormento. Mi svegliano le nocche sulla porta, caffè, acqua fredda.
Suono una Eko che vale tremila lire, con le corde vecchie e la vernice scrostata, è rossa e nera, suprematista, bene. Suoniamo fino a mezzanotte. Poi gli amplificatori si trasformano in zucche.
Quando torniamo a casa preparo una camomilla. La casa è sprofondata nel silenzio. Fuori, di nuovo, tram e autobus. Prostituzione. Automobili. Copertoni che si dirigono chissà dove. L'inutile e deprimente girandola del desiderio.
Magari, magari nello stabilimento d'origine avessero confuso la camomilla con la cicuta.


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26 settembre 2009
nello stesso sogno


La mia vecchia automobile, una Y10 4x4 rossa, non la vedevo da anni e mi appare in sogno.
Nello stesso sogno in cui mio padre, a un passo dalla morte, macilento e fragile, che era un tempo solido e roccioso, mio padre va con altri a suonare e aspetta che io lo vada a prendere.
Nello stesso sogno in cui una bambina di cinque o sei anni, dai capelli ricci e mille lentiggini, mi confida il suo nome (Odette) e mi parla delle parole che inventa, mentre stiamo sdraiate sul fondo sabbioso di una spiaggia enorme, piena di gente.
Nello stesso sogno in cui c'è pure la casa di mia nonna.
Nello stesso sogno in cui ci sono i volti delle persone a me care.
Questo sogno mi cura per una buona mezz'ora dal mio risveglio, e poi si ricomincia.



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16 agosto 2009
ferragosto
Il giorno di ferragosto Milano è silenziosa, così silenziosa che quando scendo sottoterra in Piazza San Babila i rumori della metropolitana sembrano il respiro di strani animali ipogei: c'è il ronzio dei pannelli pubblicitari, il soffio delle scale mobili e l'ululato dei treni. I pochi umani, per lo più stranieri, si aggirano stralunati e accaldati, guardando perplessi i distributori automatici di biglietti. Io ne ho fatti tre: il primo a Linate, per prendere il bus. Timbrato e immediatamente perso, così in metro ne ho dovuto comprare un altro, e arrivata alla fermata Duomo sono uscita dai tornelli senza neanche farci caso, e quindi ho comprato il terzo biglietto per rientrare a prendere la 3. Ma è colpa della xamamina, senza dubbio. Tornando in superficie, il portico della stazione centrale mi è parso allucinato e pure irrealmente silenzioso, fatta eccezione per i suoni emessi dai giocattoli messi in vendita da sudamericani taciturni: un supereroe in motocicletta e un cowboy a cavallo. In treno, due ragazze forse turche, forse ungheresi, senza dubbio non appartenenti a un gruppo linguistico romanzo, hanno parlato ininterrottamente fino a Genova. Ininterrottamente vuol dire ininterrottamente. Il treno regionale per Albisola era senza luce e senza aria condizionata. Qualcuno aveva forzato il finestrino e quindi si respirava, ma nelle gallerie si piombava in un'oscurità profonda, in cui a malapena si percepiva il movimento della tendina frustata contro il vetro. Nel mio zaino leggero c'era posto solo per Wedekind, Böll, Merzbow, un paio di riviste, il portatile, un mazzo di chiavi. Arrivata a casa ho dormito per cinque ore, in un letto che odora di cagnolina leggermente in sovrappeso. E poi, quel che ho visto: posti di blocco, cementificazione, nordovest civile pulito educato, luoghi che cinquant'anni fa hanno ispirato la nascita del MIBI e che adesso muoiono contenti di morire. 

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4 agosto 2009
e/e
Cosa si dicono un padre che ha perso una figlia e una figlia che ha perso un padre?

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28 luglio 2009
senilità


Muratori in casa, ristrutturazione del bagno. Casa che diventa rifugio un po' più simile a me. Ho scoperto che il soffitto del salone è alto 598 centimetri. Mi gonfio d'orgoglio e do ragione a mio nonno, che andava in giro impettito per il paese vantando questi soffitti alti (salvo poi smorzare tutto applicando alle pareti questa orrenda carta da parati che oramai ha i giorni contati). Con l'approssimarsi dell'età della ragione mi è passata la voglia di dispersione e ho pure cominciato ad andare al mare. Metto le ginocchia nella sabbia per assorbire anni di vita debosciata. Mi abbronzo: cazzo mi abbronzo. Dormo poco e male, come tutte le persone anziane. Guardo con una certa cupidigia la boccetta di lexotan di mia madre, ma so che è quella x a sedurmi, che non c'è nient'altro, e che comunque dovrei fare i conti con mia madre senza lexotan e non va bene. Ascolto mio fratello e mia cognata parlare di matrimonio, seduti al tavolo di una pizzeria a centinaia di metri sul livello del mare. Lei dice, tra le altre cose, che il poker non dovrebbe essere piazzato il lunedì sera perché così le mogli restano sole. Meglio, molto meglio la domenica pomeriggio, così le mogli hanno tempo e silenzio per fare il bucato e rassettare la casa. Mio fratello non so se è d'accordo. Penso di sì. O meglio: è confortato. Immagino ci si possa sentire confortati. Anche io mi sentirei confortata da un lavoro, una famiglia, delle regole. Sedersi a tavola assieme, alzarsi assieme. Sposarsi per non sentirsi soli, per non essere soli. Festeggiare gli anniversari. Ubriacarsi di nascosto. Svegliarsi la mattina, farsi la barba e sentirsi uomini di sostanza che hanno la famiglia, la moglie gravida, la cristalleria in soggiorno. Tutto questo, se ben fatto, è ben fatto. Io nutro ammirazione (altro segno di senilità, che ve lo dico a fare).
Ci sono alcuni cuccioli in arrivo. Tipo quattro o cinque. Alcuni di loro mi faranno sentire un po' zia. Sono nata zia. Se mio fratello non mi rende zia a tutti gli effetti m'incazzo. Voglio essere la zia stramba della famiglia. Quella che si va a trovare ogni tanto. Che fa divertire i nipotini. Che li ospita quando a quattordici anni litigano con i genitori e non sanno dove andare, e allora vengono da me perché qui hanno i fumetti strani da leggere sdraiati sul pavimento del salone (appunto) senza che nessuno dica loro di non sporcarsi. La zia a cui chiedere: zia, perché non hai dei bambini? Oppure: perché non ti sei sposata? Oppure: cosa stiamo ascoltando, zia?
Questa è la mia particolare declinazione di desiderio di stabilità: un nano disceso dai lombi (brrr) di mio fratello che mi voglia bene come si può voler bene a una zia stramba coi capelli grigi.
Neanche trent'anni e mi sento già vecchia, vecchia, vecchia e fuori gioco.

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30 giugno 2009
No. No. No.
Alla fine ho deciso che no, io la domanda per l'inserimento in graduatoria non la faccio. Il primo motivo, quello principale, e che da sé basta e per di più avanza, è che non sono tagliata per l'insegnamento. Ci ho provato, saltuariamente, per due anni, e non è andata bene.
Poi. Quest'anno c'è una novità: la procedura di identificazione. Devo farmi identificare, prima di presentare la domanda. Devo andare in una scuola a mia scelta, portare i documenti, il tesserino sanitario, farmi riconoscere. Perché? Gli altri anni non era necessario. Cos'è cambiato stavolta? La prossima volta ci chiederanno le impronte digitali?*
Poi. Nel sito del Ministero dell'Istruzione spiccano come mai prima le scuole paritarie. In questi anni di demolizione della scuola pubblica l'esistenza stessa delle scuole paritarie è uno sgarbo. Fossero delle scuole sperimentali, fossero degli istituti dai risultati strabilianti, e invece no. Quindi mi fanno arrabbiare.
Infine. Non voglio lavorare per lo stato. Non per questo stato. Voglio fare finta che non ci sia. Pagare le tasse chiudendo gli occhi cercando di dimenticarlo prima possibile. Incrociare le dita sperando di non dover ricorrere a cure mediche che non possa sostenere. Morire prima di arrivare all'età della pensione (o magari, e sarebbe meglio, non aver bisogno della pensione). A meno che non cambi qualcosa nel frattempo. A meno che non cambi in maniera sostanziale. Non ho votato questa volta. Non ci sono riuscita. E dire che ho sempre fatto di tutto per trovarmi puntuale e armata di carta d'identità e tessera elettorale tutte le volte che si doveva. Quest'anno no. E chissà la prossima volta. E figuriamoci se accetto di farmi bersaglio di vessazioni da parte di ministri che hanno deciso di dar battaglia al pubblico impiego. E figuriamoci se accetto di farmi chiudere in casa se mi viene l'influenza. E figuriamoci se accetto di correggere le tracce della maturità che qualche incapace stila tutti gli anni mettendo assieme la schiuma di questi tempi. E figuriamoci se accetto di assistere all'emarginazione degli studenti stranieri. E figuriamoci se tocco i libri di testo che verranno. Nutro grande rispetto per chi svolge il mestiere dell'insegnante con passione e dedizione (sono pochi, in verità). È bene che ci sia qualcuno a presidiare.
Io, no.


*promemoria: quando ci chiederanno le impronte digitali al momento del rinnovo della carta d'identità, non diamogliele.


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25 giugno 2009
una rotonda sull'entroterra ligure
Ci sono due vecchi che ballano. Lei ha le gambe magre, lui due baffoni d'ordinanza. Ballano a ridosso della casa natale di Pertini, mentre suona un'orchestra che sembra un circo Barnum (con tutto il rispetto per i musicisti). G. mi fa notare che questi due ballano ogni tempo alla stessa maniera: che sia mazurka, polka o salcazzo. È vero. Però diversamente da tutti gli altri in pista ballano come se si amassero in maniera immutata dal primo giorno in cui si sono baciati per la prima volta (e magari è capitato ieri, che ne sappiamo). I vecchi, che belli i vecchi, penso.
Poi mi giro leggermente a destra e vedo questo tizio over 60 che indossa una maglietta nera con una scritta gialla: ho cambiato l'auto e la donna, la prima perché succhiava troppo, la seconda troppo poco. Ma vaffanculo, mi ha rovinato tutta la poesia sui vecchi.

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23 giugno 2009
non è giusto
Torno nella casa in Liguria dopo qualche settimana e trovo una colonia di moscerini annidata nel vassoio della macchinetta per il caffè.
Ma non è di questo che voglio parlare.
La cosa che mi tormenta davvero in questi giorni è: hamburger con patate. Quello lì, con tutti i soldi che ha, porta in tavola l'hamburger con patate, dopo le tagliatelle ai funghi e prima della torta allo yoghurt. Con tutti i soldi che ha. Si circonda di escort, di donne esteticamente insignificanti e dalla cultura mediobassa. Dove sono le margheritesarfatti? Dove le leniriefenstahl? Cosa abbiamo fatto di male noi per non poter quantomeno assistere a una bella decadenza, a una manifestazione esteriore del male che sia anche esteticamente affascinante, architettonicamente superba, esotericamente attraente? Dove sono i rasputin, ché a noi è stato concesso solo badgetbozzo e giulianoferrara e sandrobondi ed emiliofede, cazzo, emiliofede?
Dove sono le tavole sontuose, i maiali ripieni di fagiani di tortore di crema di mirtilli di pesche crude di anatroccoli di vino delle migliori vigne toscane? Dove il trionfo del cucchiaio così come ce lo ha descritto Greenaway?
Dove l'alta moda, dove il design, dove i complementi d'arredo di buon gusto? Perché ci toccano le malvestite, gli interventi di chirurgia plastica, i bagni da albergo di magnaccioni?
Perché le bandane, il trucco pesante, la musica napoletana quando un tempo si avevano gli elmetti, le mascelle di pietra e Wagner?


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11 giugno 2009
tu
Ti sono sopravvissuta. Cosa c'è di strano? Tu lo sapevi, l'hai saputo nel momento preciso in cui mi hai presa in braccio la prima volta. Avevo tanti capelli neri e tu avevi ricevuto un avviso di garanzia, ed eri spaventato, temevi che avresti dovuto lasciarmi per chissà quanto tempo, e invece no, eri innocente e non te ne sei andato. Abbiamo trascorso assieme un quarto di secolo, un numero di anni sufficiente per odiarci ma insufficiente per capirci. Ecco, non so perché io adesso non mi perdoni di esserti sopravvissuta. È nel normale ritmo delle cose sopravviverti, ma ciononostante non era così che doveva andare – tu avresti dovuto vivere nel ricordo, tu avresti dovuto vivere nel rimorso.

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22 maggio 2009
non sai nulla di me e milano


Non sai nulla di me e Milano. Non sai che ci ho abitato per sei mesi, che andavo tutte le mattine al Parco Lambro a imparare a fare libri. Non sai che poi alla fine non ho trovato un lavoro, ma degli amici e una band sì. Non sai che questo mio ennesimo progetto non ti sarebbe piaciuto, sebbene nei tuoi momenti sì l'avresti comunque sostenuto e nei momenti no ti ci saresti appigliato per recriminare. Non sai che ho detto basta alle supplenze. Non sai che adesso porto i capelli molto corti. Non sai che ho un altro tatuaggio (ma del primo non ti sei mai accorto). Non sai che non ho ancora avuto bambini, né mi sono sposata. Non sai che ho imparato quell'arte in cui tu eccellevi: dar da parlare a perfetti sconosciuti se si è costretti dalle circostanze. Non sai che sono effettivamente quel fallimento che tu mi dicevi di essere. Non sai nemmeno che quest'anno ho deciso di abbronzarmi, e tutte le volte che sto al sole penso a te e al tuo sguardo di commiserazione per la mia carne bianca.
Non sai che ti sogno. Faccio due tipi di sogni: quelli commoventi, col flou, dove tu sei ancora vivo e sei bello, e c'è calore e ci abbracciamo e ci diciamo le cose o andiamo in giro; quelli realistici, in cui tu fai lo stronzo, ma così tanto lo stronzo che quando mi sveglio il pensiero che non ci sei più non è poi così sgradevole.
Quando fumo mi tocco la faccia come facevi tu. Sto seduta sulla sedia come ci stavi tu. Bestemmio la madonna come la bestemmiavi tu. Ci tengo a precisare come ci tenevi tu. Emetto giudizi sugli altri come li emettevi tu. Ascolto la musica a volumi spaventosi come la ascoltavi tu. Mangio in fretta come mangiavi tu. Sono disordinata come lo eri tu. Sono te, in tutto e per tutto.

Potevi almeno darmi dei polpacci come i tuoi, bastardo.

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8 aprile 2009
tre scrittori con la c
"La democrazia non prevede politica all'esterno del sistema democratico.
In tal senso la democrazia è totalitaria.
"
J. M. Coetzee, Diario di un anno difficile

Stamattina la luce del sole entrava dritta e bianca come mai l'avevo vista prima nella cucina dell'appartamento di Milano dove io e il padrone di casa abbiamo fatto colazione con caffè frittelle gorgonzola parlando di politica e bestemmiando gesù cristo (sempre sia lodato).
Quella luce bianca e dritta mi ha smosso un po' di sentimento per questa città infame – ho preso il tram fino al Piccolo e poi ho camminato lungo Corso Garibaldi fino alla libreria in cui già da ieri sera avevo progettato di andare per comprare l'ultimo Coetzee e un libro di Cioran, uno qualunque, dal momento che i due che mi erano stati consigliati, ovvero Squartamento e Sommario di decomposizione, sembrerebbero irreperibili. Ho scelto Il funesto demiurgo a causa dell'incipit incontestabile: "Se si eccettuano alcuni casi aberranti, l'uomo non è propenso al bene."
Perché ho deciso di affrontare Cioran? Per le stesse ragioni per cui qualche anno fa decisi di leggere Landolfi. Per coincidenze spaziali, temporali, esistenziali. La settimana scorsa sono entrata in una libreria chiedendo appunto i due titoli suggeriti. Un signore sulla sessantina, alto, con un soprabito chiaro, sentendomi fare il nome di Cioran ha cominciato a raccontare al libraio come pur avendone letto certi libri a vent'anni non si fosse tuttavia suicidato. E mentre raccontava questi suoi emozionanti episodi di vita vissuta a un volume senza dubbio superiore al limite massimo consentito da qualunque ASL che si rispetti, lanciava occhiate nella mia direzione, forse sperando che io, vinta dalla sua straordinaria resistenza al pessimismo di Cioran, lo invitassi a farmi sua seduta stante e senza alcun indugio, magari col plauso del libraio, dei commessi e degli altri clienti presenti.
Invece, non avendo trovato quello che cercavo, e dopo aver tenuto in mano Post mortem di Caraco incerta se comprarlo o meno e poi optando per il no – scelta saggia visto che pochi giorni dopo un amico ha deciso di farmene dono – sono uscita dalla libreria senza voltarmi indietro. La giusta colonna sonora per questi giorni è Aksak Maboul, Iva Bittová e John Lurie. I miei sogni prendono una piega bizzarra e qualcosa da qualche parte si è guastata. Da quanto tempo non annuso merda di coniglio?
3 aprile 2009
il secondo post sentimentale: qualcosa comincia a girar male
Oggi a Milano pioggia, pioggia, pioggia. Tutta in faccia, mentre andiamo in motorino da casa di Mu fino a casa del fonico (casa figa, con occhio tecnico osservo i dettagli della recente ristrutturazione), poi da casa del fonico fino in Porta Romana o giù di lì, e poi proseguo a piedi fino in piazza Cinque Giornate, e poi di nuovo a piedi verso Porta Venezia e tutto Corso Buenos Aires. Un po' di riparo in metro, direzione Duomo, via Torino sotto la pioggia, di nuovo metro, stavolta verso Moscova che c'è da vedere un amico che adesso lavora per il Quotidiano dei Padroni, e avrei voluto chiedergli di rubare per me la foto di Landolfi che sta in cima alla scala, starebbe molto meglio a casa mia. Casa mia. Oggi Milano inospitale, e dentro la libreria Utopia penso ma dove vorrei stare adesso, dov'è il rifugio, il tempio, il sacrario della mia esistenza, la fortezza inespugnabile, la tana senza trappole, dove sono i muri e le pareti e i soffitti che respirano, in quale luogo potrei barricarmi a leggere, finalmente leggere, senza alcun obiettivo che non sia la lettura stessa, a cominciare da Cioran, per esempio, e poi, con un po' di buona volontà, Lévi-Strauss, Foucault, perfino Lacan, perdìo.

 



Quindi il pensiero felice è me stessa nella sala da pranzo con le ninfee, seduta sul pavimento, a leggere. Protetta dagli affreschi, vegliata dalle pareti leggere. Accarezzata dalla luce del giorno che entra dal balcone. Silenzio. Mi immagino invecchiare lì dentro, senza muovermi mai. Mi immagino sommersa di carta, peso leggero senza alcuna violenza. Mi immagino sola, ed è lo spavento più grande.

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2 marzo 2009
le chiavi
No, non ho niente da fare, niente da dire. Sto nel salotto dai soffitti alti, le imposte chiuse, un leggero freddo. Non ho nulla di intelligente o di evocativo da scrivere, quindi è arrivato il momento della comicità involontaria delle chiavi di ricerca di questo blog. Possono essere suddivise in alcune categorie: pornografica, psicologica/medica, pratica, scolastica, random.
Le chiavi pornografiche. Nel 2009 vincono “clitolide” (con la erre, deficiente); “pacco di peli attraverso le mutandine” (pacco maschile? femminile? comunque troppo rispetto per te, i peli devono tornare in auge nau); “ho sessanta anni e mi faccio le seghe” (EROE); “racconti incestuosi di mutande molto bagnate” (le mutande hanno delle relazioni di parentela tra loro?); “sadomaso masturba con coltello” (interessante); “storie erotiche di mamme che guardano il figlio masturbarsi” (OBS); “pompini amatoriali carabinieri” (il fascino intramontabile della divisa); “handicap madre masturbazione” (vergògnati); “porno done lo fane con animali” (lo fane, lo fane), e per ultimo il criptico “xxl faloppio” (si accettano suggerimenti).
Le chiavi psicologiche/mediche. Poca roba, ma seria: “cura pornofilia” (sicuramente c'è dietro una donna apprensiva); “complesso di elettra irrisolto” (ah, non dirlo a me); “ho sognato un aspirapolvere e dei surgelati” (stai male); “come far fare pipì ad un gatto paralizzato” (variante veterinaria).
Le chiavi pratiche. Uno spaccato di umanità che a volte sorprendentemente sottolinea le mie ossessioni: “biotronic segreti” (sapessi!); “cerco occupazione come tappezziere di carta parati anche a lestero” (ce la puoi fare); “sono italiano se voglio scrivere parole d amore in russo e in slavo cosa devo” (spero non te la diano mai, brutto italiano rincoglionito); “oficio imigrati treviso” (eh, in bocca al lupo, guarda); “donna quarantenne bruna capelli corti cerca uomo serio” (qui c'è solo una donna frivola, mi spiace).
Le chiavi scolastiche. Solo una: “i malavoglia sopravvalutati” (ci hai ragione). In effetti ce n'è un'altra che includerei in questa categoria, ed è “mia madre mi fà fare il culo”.
Infine, le chiavi random, ovvero quelle che potrebbero rientrare nelle altre categorie ma che si distinguono per alcuni tratti specifici. C'è l'evergreen “panineria ambulante”; l'inquietante “vorrei conoscere alcuni pesci surgelati”, ma soprattutto, e qui cala un velo di tristezza (ma davvero): “mio babbo a nervi non so dove è nervosissimo come facci?”
Bene, anche oggi ho svoltato un post inutile, ma almeno mi sono distratta. Ciao ciao.


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23 febbraio 2009
la regola del giorno
Il fallimento esistenziale mi attrae. I protagonisti dei romanzi che più amo sono dei falliti. Gli eroi mi danno ai nervi, gli antieroi sono il mio sogno erotico da quando ho cominciato ad avere sogni erotici. Il fallimento è titanismo: raggiungere i propri obiettivi potrebbe voler dire, semplicemente, che ci si è posti degli obiettivi raggiungibili. Fallire invece, quando si fallisce in un modo esteticamente apprezzabile, è segno di obiettivi talmente vasti e talmente poderosi che la propria condizione miserabilmente umana non è stata in grado di raggiungerli – ma è segno anche di possedere un animo in grado di immaginare ampi spazi e prospettive vaste.
Quindi la regola è non giudicare un uomo dai suoi successi ma dai suoi fallimenti (e giustappunto mi viene in mente Terry Gilliam).

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6 febbraio 2009
tirarsi da sotto i treni contro cui, in tempi non sospetti, ci si scagliava gioiosamente
Guardavo delle foto. C'è una giovane donna con la fede al dito. Io so che non voleva sposarsi. Che mai l'avrebbe fatto. Che l'ha fatto per essere lasciata in pace. Si è sposata, in chiesa, con l'abito bianco. Poi c'è stato il ricevimento. E le bomboniere. E la casa nuova, e tutto il resto. Ed ero lì, sul sagrato, quando uscivano fuori a prendersi in faccia la pioggia di riso. In un certo senso sono informata sui fatti, ma poco, quel poco che mi basta per raccogliere immagini per farne una storia mia che non riguarda lei. Nella foto, la giovane donna è stesa sul pavimento, un braccio allungato, il palmo rivolto verso l'alto. Si distingue nettamente il luccichìo della fede, di oro. La giovane donna porta con sé la testimonianza di un gesto che, seppur innamorata, non ha compiuto volentieri. E lo conferma quotidianamente, ogni volta che si mostra a se stessa e al mondo con quell'anello al dito. Quando lo rimette dopo averlo tolto per lavare i piatti. Quando lo poggia sul bordo della vasca mentre fa il bagno, e lui sta lì a troneggiare su uno sfondo di schiuma – farei una foto così, primissimo piano sull'anello, minaccioso, e in secondo piano lei che si insapona una spalla, totalmente oscurata dalla sagoma preziosa di un monile inutile.
Sono stata qualche minuto a pensare a questa storia dell'anello. Poi mi sono ricordata che mio padre non portava mai la fede, e non ho mai capito se mia madre ne soffrisse o no. Probabilmente sì. Scusa ufficiale: troppo stretto per le sue dita. Motivo reale: e chi lo sa. In questo momento tifo per lui, lanciando improperi contro la me medesima che tre anni fa non aveva le idee chiare. E alla giovane donna dico che quell'anello potrebbe scivolare nello scarico della vasca, inavvertitamente, all'improvviso.

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18 gennaio 2009
tra dieci anni
Mi avresti presa a braccetto con un certo orgoglio e ce ne saremmo andati in giro per il paese, rintontiti dal set di amari e liquori illegalmente distillati nello sgabuzzino. Ci saremmo divertiti a prendere in giro i parenti di mamma, e avremmo anche parlato di letteratura, nel nostro modo fazioso e grossolano che ci piace tanto. Tu avresti fatto considerazioni pecorecce sul fondoschiena della nuova moglie del cugino Fabio, e io avrei fatto finta di imbarazzarmi (ma solo finta, eh). Poi mi avresti chiesto una sigaretta e te l'avrei offerta, e ne avrei fumata una anche io. E poi mi avresti chiesto del mio lavoro, così: ma insomma si può sapere esattamente cosa fai? E io avrei tentato di spiegartelo ancora una volta, invano. E saremmo stati bellissimi, io e te, una quarantenne dai capelli corti e grigi e un settantenne leggermente in sovrappeso, dallo sguardo brillante e distante, sempre.

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12 gennaio 2009
la sigaretta della disperazione
Scrivere è uno strazio. È un'occupazione alla quale ci si può appassionare gioiosamente solo se si soffre di gravi disturbi della personalità. Le soddisfazioni arrivano dopo, a lavoro terminato, pubblicato, incensato, glorificato, retribuito, e cioè arrivano molto di rado (quasi mai). Ma sono nel mio trentesimo anno, e mi lancio delle sfide, e le raccolgo, e tanto che mi frega, al limite ho solo sottratto del tempo a Biotronic.

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6 gennaio 2009
gli appartamenti
Gli appartamenti. La carta da parati. Gli infissi. I sanitari. La tenda per la doccia, azzurra. I fornelli. Il lavello, doppio, di ceramica. I tappeti. Il divano. Il tavolo di vetro nel soggiorno. La libreria di design. Gli stucchi sul soffitto. I libri, ben disposti, uno squadernamento dei gusti dei padroni di casa. Copie del manifesto e di Alias. Vecchi numeri di Mad in bagno. Riviste di arredamento. Il televisore che non si accende mai. I vostri appartamenti, le vostre feste del cazzo. La vita mondana che diventa autocannibalismo. I cerchi nella notte. Le sigarette. La pioggia. Scusa, ti inzacchero la passatoia all'ingresso. Scusa, ti ho versato il moscato sulla tappezzeria della poltrona vintage nel tuo salotto arredato con lo stesso gusto di una parrucchiera cieca. Farsi le foto per poi correre a metterle in rete, per far vedere che sì, c'eravamo tutti, sì, ci siamo divertiti, sì, siamo fotogenici, giovani ed esistiamo.

Quante notti ritornano accanto a me
Vorrei prendere un volo e andarmene via
E sai che vorrei
Quante volte ho pensato alle mie follie
Giochi di ombra su altari di luce viva
per giungere a casa
Primavere inchiodate
spazzate via
E questa voce su un disco che gira e gira
e non è neanche mia
Quanti giorni passati a fissare il cielo
Avrei potuto ammazzarti con una mano
avessi avuto un motivo
Questi rami che crescono senza un dio
E questa voce su di un disco che gira e gira
e non è neanche mia

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POLITICA
3 gennaio 2009
perché ho deciso di scendere dalla cattedra e mai più risalirci
Ieri, mentre stavo per uscire, ha squillato il telefono. Era una segreteria scolastica, cercavano un supplente per sostituire una docente in malattia. Ho detto di no, anche se per un attimo ho avuto la tentazione di dire di sì. E invece ho detto di no. Circa un mese fa, mentre varcavo per l'ultima volta la soglia della scuola media in cui ho insegnato (che parolone) per una settimana, mi sono detta basta. Basta supplenze. Basta scuola. Basta istruzione tradizionale, colleghe imbecilli, burocrazia inutile, ragazzi svogliati. Basta.
Sono tornata a casa piena di rabbia, con la giacca zuppa di pioggia. Ho cercato la copia di A in cui sapevo esserci un articolo sulla pedagogia libertaria. Ho fatto qualche ricerca in rete. Ho trovato ciò che mi interessava più di ogni altra cosa: un libro su Summerhill. Ho pure scaricato testi di Illich, Stirner, Vaneigem. Alcuni li conoscevo già, e li rileggo con piacere. Ho dato un'occhiata alle scuole libertarie nel mondo: sono tante, e funzionano. E se funzionano, ci sarà un motivo.
Nella mia breve esperienza scolastica, ho capito una cosa in particolare: i nostri istituti si basano su sistemi educativi obsoleti, che forse un tempo funzionavano (e dico forse) perché i docenti non avevano ancora perduto l'autorità. Gli studenti si applicano solo se minacciati. È la paura del brutto voto, della bocciatura, del rimprovero, che li porta a studiare. Anche per i migliori funziona così. Certo, l'amor proprio. Certo, il desiderio di imparare. Ma ogni ragazzo desidererebbe restare a letto la mattina piuttosto che andare a scuola. Tutti gli adolescenti odiano la scuola. È la normalità. Io odiavo la scuola da studente, e l'ho odiata da docente. È insopportabile la gestione degli spazi: lo spazio tra la cattedra e i banchi è incolmabile. Mi rendo conto che per la maggior parte del tempo stavo in piedi, o seduta sulla cattedra. Dietro la cattedra non si vedono bene i ragazzi, e i ragazzi non vedono bene il docente. Sarebbe meglio stare seduti a cerchio, per esempio.
Ma non si tratta solo di questo.
Il sistema attuale prevede ancora la figura autoritaria e coercitiva, che però è quasi del tutto scomparsa. Così il rendimento dei ragazzi peggior via via. Lo spauracchio della bocciatura è quasi scomparso. Ed è un bene, intendiamoci. Solo che a quello, e a tutti gli altri spauracchi e a tutti gli altri metodi di coercizione, non se ne sono sostituiti altri. Il vecchio sistema scolastico è scomparso, e al suo posto rimane solo un gran casino.
E non finisce qui.
I libri di testo fanno quasi tutti schifo. I libri di storia, quelli di filosofia, per non parlare delle antologie di letteratura. Sono pieni di errori grossolani, di tentativi non tanto nascosti di catechesi cattolica. Qualcuno con più esperienza di me potrebbe affermare il contrario, e convincermi di aver avuto solamente un po' di sfortuna. È probabile, ma attendo smentite. Nel frattempo, ho chiuso con l'insegnamento, e mi dedico allo studio della pedagogia libertaria.
Perché, vi giuro, se avessi un figlio, al pensiero di mandarlo a scuola mi si stringerebbe il cuore. 

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14 dicembre 2008
indulgo
Io forse sono una cattiva persona perché non riesco a essere indulgente. Detesto le debolezze altrui. Le nevrosi che si sclerotizzano fino a tracimare nella vita di altri. I vizi, le tossicodipendenze, i disturbi alimentari e poi anche l'ansia, la depressione, e andare dallo psicologo anche se in fondo non hai un cazzo da raccontare, avresti solo prenderti per un orecchio e tirarti in strada a vivere. Ci hai problemi? Dimmi, ci hai problemi? Quando lui diceva che se era diventato un ubriacone era a causa nostra io, a tratti, gli credevo, ma nella maggior parte dei casi sapevo che prendeva in giro se stesso e cercava di scaricare, come sempre, cazzo, le responsabilità su di noi. Così io mi trovo, oggi, in bilico tra la fuga e l'autoflagellazione. Essere normale e salda è un po' un gioco di prestigio. Non sapere mai se dire "scusa" oppure "vaffanculo". Mica è roba da poco. E quando ci ho i problemi, se ne parlo mi sento un'idiota ridicola, e se non ne parlo mi viene l'esofagite da reflusso.
Moviola: io che entro in un negozio di antichità nei vicoli di Genova, palazzo nobiliare, volte affrescate cinquecentesche, passo con molta cautela (like an elephant etc. etc.) tra mobili pieni di ninnoli (alcuni bellissimi e nemmeno tanto cari) e al muro c'era pure un quadro di Vasarely a un prezzo tutto sommato ragionevole (nell'ipotesi che fosse originale) e in tutto questo legno e cristallo e argento e madreperla, io portavo con me, in un sacchetto, tecnologie sofisticate: una tavoletta grafica, un adattatore DVI, un remote control per la reflex. E non c'era nessuna contraddizione.
Uno potrebbe essere migliore e invece indulge sempre al peggio.

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23 novembre 2008
domenica
In assenza di soprammobili e centrini, spolvero libri, sposto scaffali, tolgo la polvere dai pupazzi senza occhi. Penso al matrimonio di mio fratello, e ne sono felice, e mi chiedo "avrei voluto anche io avere così poca fantasia?". Le nozze si sono collocate nel prossimo autunno, l'ultimo giorno di ottobre. Mi illudo che sia stato deciso così per venire incontro alla mia richiesta. Autunno, calze pesanti, colori scuri, scarpe col tacco, cappello di feltro, incarnato pallido, vento, foglie secche. In quel giorno comincerò a diventare zia, a preparami per il momento in cui zia lo sarò davvero, e potrò godere di una felicità in prestito, interinale, estiva, quando in qualche stazione della riviera andrò a prendere i nipotini in vacanza e li porterò in una casa grande, piena di cani, immersa nel bosco. Mi sembra che possa essere questo lo scenario più plausibile, l'avventura migliore che possa capitarmi, colonie estive per figli altrui, letti sempre pronti per amanti in fuga, pile di libri non miei che si ammassano sugli scaffali ikea, da spolverare prima di pranzo, una domenica sì e una no.

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18 novembre 2008
facciamo finta di
“Vede, dottore, non ho mai parlato di queste cose nelle mie storie. Non volevo che suscitassero un qualche fascino nei ragazzi più giovani.”
“E ora ha cambiato idea?”
“Ora sono invecchiato. Odio i giovani. Farei qualunque cosa per danneggiarli.”
Gipi, LMVDM, Coconino Press, 2008, p.12.

Ho letto e amato BITCH, di Miguel Ángel Martín (Purplepress). Pieno di contraddizioni, ma venato anche di una certa strana tenerezza (dovuta senza dubbio anche ai colori). C'è una piccola imprecisione onomastica di cui si è già discusso con il responsabile, il quale si è già ampiamente stracciato le vesti e cavato gli occhi con una fibbia.
A parte questo, e a parte il volume di Gipi che invece non ho ancora terminato, anzi, sono in alto mare, e a parte il fatto che è già il secondo giorno che mi sveglio alle sei e mezza e non riesco a dormire, e a parte il fatto che domani andrò nuovamente a Milano, e a parte il fatto che uno spera sempre che le persone che ami o che hai amato valga sempre la pena amarle o averle amate e invece no, a parte tutto questo, dicevo, non sono poi così sicura di essere in tempo per salvarmi, Mu. O si va incontro a una specie di rivoluzione metafisica, a qualche stupefacente scoperta esistenziale, o è già finita qui. Ho esaurito le carte della speranza. Ho accumulato cose per un quarto di secolo, credendo che sarebbe stato semplice costruire un sentiero da seguire per arrivare chissà dove, e invece, vedi, non si arriva da nessuna parte, ci si limita a girare in tondo attorno a un finto cuore. Il lavoro, la casa, la famiglia: basta tagliare la gola al calvinista che è in noi, e il gioco è fatto.
Tra le pieghe di Facebook ho ritrovato persone di cui non avevo alcuna notizia. I vecchi compagni di scuola, per esempio. Alcuni addirittura delle elementari. Uno mi chiede se per caso anche al liceo fossi la prima della classe. Ma non ricordo di esserlo mai stata, nemmeno dalle suore. Anzi, è stata sempre la solita vecchia storia: bene in italiano, malissimo in matematica. Altri mi domandano: dove abiti? Cosa fai? La risposta alla seconda domanda è, sempre, insegnavo. E adesso che fai? Un cazzo, campo di rendita. Fin quando dura. E poi? E poi non lo so.
Poi forse preparo uno zaino da quindici chili e faccio il cammino di Santiago, e una volta lì mi butto in mare e vaffanculo.

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23 ottobre 2008
questo mestiere mi spezza il cuore, lo fa a brandelli e poi lo macina.
Passo molto tempo a contatto con gli adolescenti, che sono delle creature indecifrabili, a volte detestabili, a volte adorabili.
Ingaggio lotte quotidiane per conquistare la loro attenzione e il loro rispetto, li ascolto mentre tirano fuori il loro peggio e vorrei sbatterli contro un muro e prenderli a pedate nel culo per far sì che capiscano che la vita non è solo cazzeggio e superenalotto e figa, e poi a volte mi guardano con quei loro occhi che hanno una innocenza straordinaria e sento che si è creato un contatto e a quel punto crack! il mio cuore si spezza.

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13 ottobre 2008
quarantotto giorni
“L'arte della gioia” di Goliarda Sapienza. Le feste in montagna: quella di Tarderia e quella di Nicolosi. Gli amici che si lasciano e che poi tornano assieme. Le amiche che si innamorano. Le droghe. I lunghi rasta di Marco. La piazza. Il cavallo. Le scale, troppe scale. Nicolas che ci aiuta a togliere di torno i cocci quella volta che è esplosa la porta della cucina (con un coltello e a mani nude ha staccato tutto quanto era rimasto della vetrata, lasciando il telaio intatto). La fanzine. I nodi che vengono al pettine. Saramago. I Sonic Youth. La macchina di Ciuzzo senza più specchietti retrovisori. Il Pecha Cucha che non abbiamo visto. La pizza a domicilio. Gli Hoovers. La Lomax. Le bretelle di Stefano. Pantalica. Il berretto da Chuck Norris e quello di Arale. Le foto. Il tilt-shifting. Il bot. Imparare il Perl. Martina. Agata. Antonella e Sévérine. La questura. Denuncia contro ignoti. La bolletta non pagata. La camera di commercio. Amal. Di notte a scrocco sulla terrazza dei vicini. La lunga pipa da oppio. Le birre, il martini, il jameson. Il nanetto. Il monastero. Analitici vs Continentali. Il romanzo di Lazarus. La Villaggio Maori. Il generatore di sequenze casuali di suoni a 8 bit. Il pacchetto di Lorenzo. Quello di Macno. Le registrazioni amatoriali dei Pecora. Be Kind Rewind. Burn After Reading. Aquila the King. Le cartine corte, le cartine lunghe. Lo scaldabagno nuovo. Quintron. La fisarmonica a otto bassi, per bambini, sia chiaro. I plettri. I santi martiri. Lo sciopero dei netturbini. L'uomo al megafono, sotto la finestra del sindaco. Corinna. Le due israeliane. Il compleanno di Salvo. La luna piena. La luna calante. Trovarsi nelle nuvole a mille metri sul livello del mare. Vomitare. Capo azienda agroalimentare. Chiusa in casa per dodici ore di fila. Non dormire. Nera come una notte nera, nera come un lago d'inchiostro, nera come l'ossidiana, lucida, a specchio. La traduzione conto terzi. La biancheria dell'Upim. Frank. L'assistenza remota di Brullo. Gli autoritratti. Le tette. Giuliana che si sposa. Il Glamour. Antonia e Gianna. La casa dai soffitti alti, piena di luce. Piantare ciclamini al cimitero. Le riunioni di redazione. L'accordatore. Il walzer di Chopin che non sono riuscita a imparare. Cristina. Suo padre. I funerali. Le inattese rimpatriate in circostanze poco liete. Anna. Daniela. Livio. Claudia. Valentina. La casa in via Diana. Ferla di sera, ritorno alla civiltà. Cucinare vegano per amarmi di più.  I Dog a Dog. I Guller. Il backstage. Tachicardia. I mobili antichi, portati a braccia fino al terzo piano. Eloisss. Evln. Fioritura di identità. La donna umanista, colei che giace col nemico. L'avversario. Il silenzio. La loquacità. Tutto assieme. Komm zu mir. Il mercato. La spazzatura, i piccioni, le lattughe marce. L'odore di oppio che si sente, quasi per sbaglio, passando davanti alle botteghe cinesi. L'incidente di Attilio. Sim 2.0 (o quasi). Il pick-up. Il sangue freddo. Pina. Da qualche parte, a Regina Coeli, una parte di me.

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13 ottobre 2008
sul ponte del traghetto, dopo il tramonto
«Il mio maestro mi diceva che una volta chiuvìu due anni di fila e il mare si fermò. Ma è possibile che chiuvìu accussì assai? E poi il mare non finisce mai. La terra, come fa la terra a tenere tutto questo mare?»
«...»
«Ecco la corrente. La vede, signorina, la corrente? Va sempre in questa direzione, la corrente.»
«...»
«La luna è lì. Io abito vicino alla stazione, e la luna la vedo di là. Qui invece la luna è dall'altra parte.»
«Ma la luna si muove.»
«Si muove? Io la vedo sempre là.»
«Perché la guarda sempre alla stessa ora.»
«Io la guardo sempre a quest'ora, ed è là.»
«Ma si muove. Se lei la guarda a un'altra ora, la vedrà da un'altra parte.»
«È piena. Guardi, signorina, ha gli occhi, il naso, la bocca. È una donna.»
«Sì.»
«È bella la luna.»
«Sì.»
«È come un ritz, ha presente i ritz, quelli che si mangiano? La luna quando è piena è un ritz pieno. E quando è vacante, è un ritz vacante.»
«...»
«Quella è la Calabria, signorina?»
«Sì»
«Che grande che è.»
«Sì»
«Quanti posti belli ci sono nel mondo. Scendiamo. Arrivederci.»
«Arrivederci.»

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letteratura
8 ottobre 2008
barbablù (il ritorno)
Perché l'abiezione è in fondo l'altra faccia dei codici religiosi, morali e ideologici sui quali poggiano il sonno degli individui e i momenti di calma delle società. Questi codici ne sono la purificazione e la rimozione. Ma il ritorno del loro rimosso costituisce la nostra apocalisse.
Angela Carter, La camera di sangue

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3 ottobre 2008
cani randagi
Se la notte è profonda io mi nascondo da me stessa.

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28 agosto 2008
le ore
Guardare il pesante orologio da polso accorgendosi che le ore passano e il sonno ancora non arriva. All'una si sta dietro il banco a vendere birra per pochi spiccioli ascoltando i Pussy Galore e sorridendo a tutti. Mani sui fianchi.
Alle due si chiude bottega. Si va in cerca di altri interlocutori, di altre birre.
Alle tre si entra in un bar, rompendo un bicchiere.
Alle quattro si assiste a una lite.
Alle cinque si è seduti per terra a chiedersi se dare o meno altre possibilità alla città. La chiave di tutto è l'abominio.
Alle sei si arriva nella casa dai soffitti alti, e si ascolta l'avvocato che spiega in che misura la custodia cautelare nel carcere di piazza Lanza sia una sorta di master per chi vuol fare carriera nel settore ambito e affollato della criminalità organizzata.
Alle sette gli ospiti abbandonano la casa. Chiudo i balconi e le finestre affinché la luce del sole non cominci troppo presto a mordermi la carne.
Un'altra notte così, e potrei non smettere più.

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27 agosto 2008
summit
La ragazza si trattiene dallo sbattere i pugni sul tavolo. Cerca, per quanto le sia possibile, di esprimere rabbia e convinzione a sufficienza modulando opportunamente la voce e scegliendo con cura dei termini che meglio riflettano la sua frustrazione e la sua ostilità. Sa che qualcuno deve pur riempire il vuoto lasciato da suo padre – non un vuoto di autorità o di competenza, ché di trattative immobiliari suo padre ha sempre dimostrato di non capirne niente, ma un vuoto emotivo talmente grande che le personalità di suo fratello, suo zio e suo cugino non bastano a riempirlo (e le donne, neanche a parlarne: pavide, e senza nessuna organicità di pensiero). Il geometra, infilato dentro un completo bianco che dà risalto alla sua abbronzatura e lo rende simile a Peter Sellers in Hollywood Party, il geometra, che la guarda con circospezione non appena la vede arrivare, chissà se si rende conto che la fermezza della mascella non è una vera fermezza, sono denti stretti per non piangere, il geometra, quindi, le chiede come sta?, e lei risponde bene, perché a rispondere la verità, a una domanda del genere, si perderebbe troppo tempo.
La ragazza punta il dito sul progetto, spiegato sul tavolo di marmo, pone delle questioni, sottolinea i punti di maggiore gravità; non appena il geometra accenna a quelli che erano i desideri del padre, lei taglia corto: papà non c'è più. Ma non aggiunge tocca a me adesso mettervi paura a tutti.
Il cugino sottolinea gli aspetti tecnici della questione – egli detiene una laurea in ingegneria edile, è il suo campo, ne sa più di tutti gli altri, forse pure del geometra, giacché sembra immune da furberie e malafede. Sua moglie, la sua bionda moglie, fa una breve apparizione. Il bambino (un anno e tre mesi), dorme. Pare che non gli sia permesso toccare la terra con le mani.
La ragazza, di fronte a questa solida e tradizionale divisione dei ruoli, s'incazza ancora di più.
Il geometra, messo via il progetto e alzatosi in piedi per salutare, stringendole la mano dice: Signorina, lei è come suo padre.

(Otto ore dopo la ragazza piange avvertendo per la prima volta dopo molto tempo il vuoto affettivo, simbolico e morale che le si è aperto, incolmabile, nel cuore).

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permalink | inviato da hooverine il 27/8/2008 alle 19:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
25 agosto 2008
nero
Le ore antelucane (Landolfi). Le ore disumane (Pasolini).
Notte profonda in cui non ci sono appigli. E pensare che qui ci si è salvati poco prima di.
Una cosa vorrei, una cosa otterrò: essere risparmiata.

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permalink | inviato da hooverine il 25/8/2008 alle 3:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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