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hooverine
15 aprile 2004
welcome to machintosh

sapeva che tim considerava l’informatica e il viaggio in internet e la realtà virtuale (virtù reale?) come ottimo surrogato degli altri viaggi capaci di dare splendide sensazioni –psichedelicamente intendo

     perciò aveva letto dall’inizio fino alla fine il suo manuale, aveva impugnato il màus e faceva danzare la freccia sullo schermo scoprendo passo dopo passo mondi fantastici e sconvolgenti

     fino a quando un giorno non aveva visto tutto lo schermo rosso, rosso vivo e sul manuale non ne parlavano

     aveva staccato la spina l’aveva riattaccata e il désctop non ricompariva, c’era sempre questo schermo rosso e neanche la freccia c’era più      però si era accorta che la chìbord funzionava

     allora scrisse: uotisdìs? e il computer rispose scrivendo: disìs de dilìtprògram

         dilìt, cancellare

     allora scrisse: cèir/sedia, e si ritrovò col sedere per terra

     allora scrisse: bùc/libro e il manuale non c’era più

     allora scrisse: trì/albero e l’ombra nella strada scomparve

     allora scrisse tante parole tipo

              guerra

                   droga

                            odio

                        razzismo

                                      alcool

                   preservativi bucati

                                      aborto

                        divorzio

                                 delitto

              furto

                   tradimento

                        disillusione

         pessimismo

                   smog

                        bomba atomica

 

     il fatto è che poi, quando si rese conto che il mondo –e con esso la vita- senza quelle cose avrebbe perso tutto il suo fascino, non sapeva più come tornare indietro

 

allora scrisse il suo nome

 

 

IT IS NOW SAFE TO SWICH OFF YOUR MACHINTOSH




permalink | inviato da il 15/4/2004 alle 19:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
3 aprile 2004
resa dei conti

Passo davanti la casa una prima volta. Abbastanza lentamente da vedere che la luce nella finestra è spenta, ma non  ho il tempo di controllare se la macchina è nel parcheggio. Arrivo al semaforo, faccio inversione, ripasso davanti la casa, dall’altra parte della strada stavolta, e guardo tra le automobili parcheggiate per vedere se c’è una station wagon rossa.

            C’è.

            Ma potrebbe significare ben poco. D’altronde la luce nella finestra è spenta, e neanche questo è un dettaglio decisivo. Continuo a guidare fino alla piazza, Parcheggio e mi dirigo verso una cabina telefonica dalla quale si vede la finestra. Dieci centesimi mi daranno la conferma. Spero che non risponda nessun altro, spero che ad alzare la cornetta sia lui e spero che il cuore non mi scoppi nel frattempo.

            Compongo il numero che ho già composto altre volte – è strano, ogni volta lo stesso brivido –e aspetto tenendo il ricevitore con entrambe le mani.

            Aspetto.

            La condensa mi bagna il mento. Mi asciugo schifata, ascolto il suono basso e indifferente, e guardo verso la finestra, che rimane buia; alla fine riattacco.

            Non è in casa. Poco male, aspetterò.

 

            In questo momento esiste una porzione di spazio, per quanto piccola possa essere, in cui questa persona si sta muovendo. So che esiste, ma non saprei dove cercarla, questa piccola porzione di spazio. Ci rifletto un po’ sopra: a volte ho la sensazione che lui sia una costruzione della mia immaginazione, che esista soltanto quando siamo insieme. Cerco di convincermi che invece esiste un coagulo di carne sangue e ossa che porta il suo nome e che non è in nessun modo legato a me. In questo momento si muove. Starà parlando con qualcuno o magari starà baciando qualcuno. Nel migliore dei casi è con una puttana, nel peggiore sta cercando di accoltellare il suo migliore amico.

            Ma qualunque cosa stia facendo, non è qui. Ed è già un problema che intralcia i miei piani. Potrebbero passare ore prima che lui ritorni, e non posso permettermi di farmi sorprendere. Mi tengo occupata: scendo dalla macchina e compro del cibo scadente e cancerogeno da una vecchia strega che gestisce una panineria ambulante sulla piazza. Compro anche una birra, anzi due: una per ingoiare, l’altra per digerire. Mi siedo su una panchina, senza perdere di vista la finestra, e mangio il mio panino unto e maleodorante: un altro modo per confermarmi nichilista, o per disgustarlo, se fosse con me.

            Ma non è con me.

            Finisco la prima birra, e stappo la seconda subito dopo. Finisco anche il panino, e mi accendo una sigaretta.

            Che importanza ha la piccola porzione di spazio che occupo in questo momento? Potrei occuparla per ore, e mi piace guardarmi dall’alto, per quantificare la zona invasa da me stessa. A volte credo di essere una costruzione della mia immaginazione, esisto soltanto quando sono assieme a lui.

 

            Fa freddo adesso. Mi rimetto in macchina, accendo la radio. Ascolto il suo gruppo preferito affinché funga da richiamo, ma in realtà attivo la mia memoria involontaria. Associo il suo odore a queste note: odore di menta e tabacco e giacca di cuoio. Forse non dovrò aspettare ancora a lungo: se le sue abitudini sono rimaste le stesse, tornerà a casa per cenare, e per lavarsi, e magari non sarà da solo. Oppure non tornerà per un paio di giorni: come quella volta, tanto tempo fa (o è stato ieri?) quando è rimasto settantadue ore per strada, ubriaco e lercio, e l’hanno picchiato, e ha messo il muso nelle mutande di un suo amico (che poi l‘ha messo nelle sue), e tutto questo me l’ha raccontato quando è tornato a casa.. A quei tempi ancora mi telefonava quando gli accadeva qualcosa di importante o quando aveva la sensazione di trovarsi di fronte a una svolta. Mi telefonava perché in un certo senso io ero il suo archivio, e quasi sempre le sue svolte coincidevano con le mie: perché ogni sua telefonata era per me una svolta.

 

            Mi sono distratta, ed improvvisamente una luce si accende nella sua stanza. La vedo perché la sua finestra da’ sulla strada: terzo piano a sinistra, non posso sbagliare, mi ci sono affacciata tante volte a guardare strada, voltandogli le spalle per non dirgli quello che invece avrei voluto gridare fino a tremare. Mi veniva anche voglia di fare tutto a pezzettini, in quella sua stronza stanza. I compact disc, i vinili, i poster e tutte le sue stronze scarpe. Tutte uguali. Dozzine di scarpe tutte uguali. Ma siccome non volevo compromettere il rapporto, mi affacciavo dalla finestra e guardavo il lungomare. A volte anche lui si affacciava con me (una scusa miserabile per posare il suo fiato di menta e tabacco sul mio collo), e una volta abbiamo visto fermarsi l’auto della sua ex ragazza. Caspita, mi sono detta, il pellegrinaggio è un must. Ci siamo tirati dentro la stanza per non farci vedere, e quando ci siamo riaffacciati, la macchina non c’era più.

 

Divago.

 

(ho picchiato la sua ex ragazza nei miei sogni. E se la sognassi ancora, la picchierei più forte)

 

Attraverso la tenda vedo qualcuno che si muove. Maledico la mia distrazione: non l’ho visto arrivare a piedi né in moto, e se fosse arrivato in moto sarà entrato dal garage. Quindi l’unico modo per sapere se quell’ombra gli appartiene è telefonare, anche se sono quasi sicura che i suoi nonni siano già partiti.

            Scendo dalla macchina, ho le gambe molli. Sento la mia sensibilità tutta adolescenziale che scende dalla gola fino al basso ventre (che non sia tutta una scusa per provare ancora qualche sciocca emozione? dopotutto non ho davvero nessun motivo reale per vederlo). Ho paura, non respiro. Di nuovo dieci centesimi, di nuovo cornetta lercia. Di nuovo quel suono basso e indifferente. Poi un click.

 

Quasi svengo: non ero per niente preparata a questo.

 

 




permalink | inviato da il 3/4/2004 alle 12:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
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