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hooverine
23 febbraio 2009
la regola del giorno
Il fallimento esistenziale mi attrae. I protagonisti dei romanzi che più amo sono dei falliti. Gli eroi mi danno ai nervi, gli antieroi sono il mio sogno erotico da quando ho cominciato ad avere sogni erotici. Il fallimento è titanismo: raggiungere i propri obiettivi potrebbe voler dire, semplicemente, che ci si è posti degli obiettivi raggiungibili. Fallire invece, quando si fallisce in un modo esteticamente apprezzabile, è segno di obiettivi talmente vasti e talmente poderosi che la propria condizione miserabilmente umana non è stata in grado di raggiungerli – ma è segno anche di possedere un animo in grado di immaginare ampi spazi e prospettive vaste.
Quindi la regola è non giudicare un uomo dai suoi successi ma dai suoi fallimenti (e giustappunto mi viene in mente Terry Gilliam).

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permalink | inviato da hooverine il 23/2/2009 alle 12:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
12 febbraio 2009
vita da scioperata
La mattina porto Zoe al parco. Parco è un termine improprio, che non appartiene alla terminologia della mia città, ma per i diversamente catanesi va benissimo. Insomma, un giardino pubblico che si trova a pochi isolati da casa mia. Al mattino è frequentatissimo da ragazzi delle scuole superiori (i temutissimi studenti medi) che vanno lì a baciarsi e a parlare di cellulari. Passeggio la mia cagnetta con nonchalanche, ascolterei pure della musica se non fosse che l'auricolare sinistro viene sempre scalzato dal piercing nell'antitrago, e volevo pure comprare una cuffia come si usava anni fa e invece non ne trovo, a meno di rassegnarsi a comprare degli orrendi cosi che non indosserei mai, mai, mai e poi mai. Mai.
Zoe ha una sua aiuola prediletta. Una mattina un giovane padre che l'ha vista accosciarsi ha urlato da lontano:

Signorina poi la toglie, vero?

Guardi che ha fatto la pipì, come la tolgo?

Un'altra volta un ragazzo ha detto a un altro ragazzo che i nuovi giochi per bambini sembrano i pali su cui si arrampicano le babbucce allo zoo.

Le babbucce?

Le babbucce.

Ma le babbucce te le metti ai piedi.

Sì, ma ci sono anche le babbucce, gli animali, delle piccole scimmie.

Tornando a casa, mi fermo in edicola, compro il giornale. Poi prendo il caffè al bar ricevitoria che si trova dall'altra parte della strada, davanti al mio portone. Se è il caso faccio la spesa. Poi torno su, traduco un po', ascolto musica a volumi che mia madre definirebbe altini. Qualcuno viene a trovarmi, qualcuno mi telefona. La sera decido da me se uscire o restare a casa. Ogni tanto incontro Ciuzzo, che rientra sempre molto tardi. Lo incontro di notte, oppure al mattino, e ha sempre la stessa faccia che grida aiuto.
C'è tanto sole. Mi aggiro come una pensionata tra la cucina, il bagno, la camera da letto, la sala da pranzo. Ho anche un cappotto da pensionata. Non mi manca niente. Anche annoiarsi costa fatica, pare.

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permalink | inviato da hooverine il 12/2/2009 alle 0:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
9 febbraio 2009
uno studio
Puoi andare, sei libero. Non c'è paradiso, non c'è inferno, non c'è premio e non c'è punizione.
L'uomo esce fuori dalla gabbia in cui è rimasto intrappolato per millenni. È nudo. Esce correndo, spinto dalla felicità incontenibile della libertà. Esce, è notte. Un cielo stellato si curva sopra di lui, una nera calotta piena di stelle (o pianeti, o astri, più genericamente).
Mai l'uomo aveva guardato il cielo con una tale intensità, con un sentimento così profondo di liberazione.



Poi questo sentimento si trasforma a poco a poco in sgomento. Il paesaggio circostante, sul quale si concentra dopo aver distolto lo sguardo dal cielo che comincia a diventare troppo nero, troppo profondo, troppo stellato, il paesaggio circostante, quindi, è un deserto freddo a perdita d'occhio. Non un albero, non un cespuglio. Fa freddo, e l'uomo è nudo. Nulla con cui coprirsi. Unico riparo, la gabbia da cui è appena uscito e che ha sempre considerato la sua casa, la sua dimora, per sempre, nelle mani di un'autorità di fronte alla quale fosse possibile provare la soddisfazione per la propria bontà oppure, anche, per la propria malvagità. L'autorità lo vestiva, lo nutriva, lo vezzeggiava. Indicava le stelle col dito, e l'uomo le guardava attraverso le sbarre, una piccola porzione di cielo. Aveva delle risposte – e quando non le aveva supponeva che le avrebbe avute prima o poi. Quel poi significava sempre un momento successivo alla sua morte. Il pensiero dell'onniscienza dei defunti lo consolava.
Ma adesso? Adesso nessuno gli spiega il cielo, gli recita i nomi delle stelle. Gli toccherà fare da sé. Studiarle, osservarle. Ha freddo: gli tocca vestirsi. Ha fame: sarà costretto a nutrirsi in qualche modo. Nel freddo di quella notte stellata la libertà gli appare come un fastidio, una precarietà cui non è abituato.
Si guarda attorno, inspira forte, espira, rientra nella gabbia, al caldo.

(Ha cominciato lui.)



permalink | inviato da hooverine il 9/2/2009 alle 20:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
6 febbraio 2009
tirarsi da sotto i treni contro cui, in tempi non sospetti, ci si scagliava gioiosamente
Guardavo delle foto. C'è una giovane donna con la fede al dito. Io so che non voleva sposarsi. Che mai l'avrebbe fatto. Che l'ha fatto per essere lasciata in pace. Si è sposata, in chiesa, con l'abito bianco. Poi c'è stato il ricevimento. E le bomboniere. E la casa nuova, e tutto il resto. Ed ero lì, sul sagrato, quando uscivano fuori a prendersi in faccia la pioggia di riso. In un certo senso sono informata sui fatti, ma poco, quel poco che mi basta per raccogliere immagini per farne una storia mia che non riguarda lei. Nella foto, la giovane donna è stesa sul pavimento, un braccio allungato, il palmo rivolto verso l'alto. Si distingue nettamente il luccichìo della fede, di oro. La giovane donna porta con sé la testimonianza di un gesto che, seppur innamorata, non ha compiuto volentieri. E lo conferma quotidianamente, ogni volta che si mostra a se stessa e al mondo con quell'anello al dito. Quando lo rimette dopo averlo tolto per lavare i piatti. Quando lo poggia sul bordo della vasca mentre fa il bagno, e lui sta lì a troneggiare su uno sfondo di schiuma – farei una foto così, primissimo piano sull'anello, minaccioso, e in secondo piano lei che si insapona una spalla, totalmente oscurata dalla sagoma preziosa di un monile inutile.
Sono stata qualche minuto a pensare a questa storia dell'anello. Poi mi sono ricordata che mio padre non portava mai la fede, e non ho mai capito se mia madre ne soffrisse o no. Probabilmente sì. Scusa ufficiale: troppo stretto per le sue dita. Motivo reale: e chi lo sa. In questo momento tifo per lui, lanciando improperi contro la me medesima che tre anni fa non aveva le idee chiare. E alla giovane donna dico che quell'anello potrebbe scivolare nello scarico della vasca, inavvertitamente, all'improvviso.

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permalink | inviato da hooverine il 6/2/2009 alle 1:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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