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Alcune foto si somigliano tutte. In questa casa uno scatto ritrae una bambina che alza un braccio, su una strada polverosa di un paesino di campagna. Sembra mia madre: stesso vestito, stessa pettinatura, stessa polvere. Altre foto si somigliano: quelle fatte durante il Carnevale, quelle fatte in spiaggia, quelle fatte in occasione dei compleanni. Veniamo tutti dagli stessi eventi, e gli album delle foto di famiglia stanno lì a testimoniarlo.Nella coincidenza di due fatti, stamattina sono diventata molto triste. Immagino ci sia chi ha teorizzato questa sensazione, prima di me, meglio di me. Gesualdo Bufalino su tutti, nel suo prontuario del siciliano perfetto. Il pensiero dell'esaurirsi della mia linea familiare mi ha colpita nella pancia, con violenza, stamattina. Come se questo nostro volerci bene fosse destinato a finire, senza iniezioni di nuova vita a cui volere altrettanto bene, se non di più. Invece che un'aumento in progressione geometrica, sto assistendo a un assottigliarsi che non lascia prevedere alcun futuro per la mia gente (nel significato latino del termine, ovviamente). Questo pensiero tristissimo, accompagnato dall'anatema di mia madre a proposito delle lenzuola di lino che non ha senso cucire perché non avrò nessuno a cui lasciarle, mi ha, ovviamente, portata a riconsiderare l'ipotesi maternità. È durato poco. Una nuova vita non può nascere sotto l'ipoteca di una memoria da tramandare, e delle lenzuola di lino da lasciare in dote.Lo scorso fine settimana, però, si teorizzava il battesimo umanista, o qualcosa del genere: una cerimonia, più o meno informale, attraverso cui dei genitori attribuiscono al proprio figlio un padrino o una madrina, scegliendo nella cerchia degli amici più intimi. Se avessi un figlioccio gli lascerei la collezione di Linus. E le lenzuola di lino. E anche la casa dai soffitti alti, un giorno. Certo, se avessi un figlio, sarebbe più semplice, ma no, non lo posso proprio fare.

Pubblicato il 31/1/2008 alle 1.27 nella rubrica Diario.

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