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l'ospite

Catania, esterno notte. Cortile di palazzo nobiliare, gattopardesco, ben conservato, erbacce negli interstizi dei laterizi. Cena sociale. Cuore triste e gonfio di pianto ma al tempo stesso allegro. A tavola con un tedesco, una giapponese, un inglese, uno scozzese, una romana. Altra umanità e altri scienziati naturali agli altri tavoli. Scienziati accorsi da ogni dove per commemorare la tua memoria. Come funziona questa cosa? Cosa esattamente commemoriamo? L'uomo di scienza? L'amico? Il padre? Mi rimproveravi perché stavo zitta durante le conversazioni in inglese. Tu non capivi perché stessi zitta. I figli non andrebbero esibiti, ma va bene comunque. Stasera riesco a comunicare. Il tedesco, un vulcanologo di sinistra che ha studiato a Berkeley, mi parla volentieri. Mi racconta i suoi ricordi di te. La cena con i suoi studenti nella terrazza della nostra casa, quando poi vi siete messi a ballare. Si stupisce quando gli dico che mi ricordo quella serata, anche se ero appena una bambina. Non è che mi ricordi molto, di quella sera, se non un gran numero di giovani altissimi e biondissimi, molto gentili con me. Il vulcanonogo mi dice che in questi vent'anni ha avuto modo di conoscere la nostra famiglia, di capirla. Forse esagera. Mi dice che ha sempre pensato che io fossi destinata a un mestiere intellettuale, come te. Gli dico che voglio continuare a studiare. Mi dice che è un'ottima idea, che la mia strada è la ricerca. Io lo ascolto perché non smetterò mai di cercare surrogati paterni dappertutto, specie in uomini che ti hanno conosciuto. Bevo vino rosso, poi vino bianco. A ogni sorso brindo a te, e mi chiedo come mai nessuno scoppi a piangere nel rendersi conto che ci siamo tutti, e che manchi solo tu.

Pubblicato il 12/6/2008 alle 17.50 nella rubrica Diario.

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