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uno studio

Puoi andare, sei libero. Non c'è paradiso, non c'è inferno, non c'è premio e non c'è punizione.
L'uomo esce fuori dalla gabbia in cui è rimasto intrappolato per millenni. È nudo. Esce correndo, spinto dalla felicità incontenibile della libertà. Esce, è notte. Un cielo stellato si curva sopra di lui, una nera calotta piena di stelle (o pianeti, o astri, più genericamente).
Mai l'uomo aveva guardato il cielo con una tale intensità, con un sentimento così profondo di liberazione.



Poi questo sentimento si trasforma a poco a poco in sgomento. Il paesaggio circostante, sul quale si concentra dopo aver distolto lo sguardo dal cielo che comincia a diventare troppo nero, troppo profondo, troppo stellato, il paesaggio circostante, quindi, è un deserto freddo a perdita d'occhio. Non un albero, non un cespuglio. Fa freddo, e l'uomo è nudo. Nulla con cui coprirsi. Unico riparo, la gabbia da cui è appena uscito e che ha sempre considerato la sua casa, la sua dimora, per sempre, nelle mani di un'autorità di fronte alla quale fosse possibile provare la soddisfazione per la propria bontà oppure, anche, per la propria malvagità. L'autorità lo vestiva, lo nutriva, lo vezzeggiava. Indicava le stelle col dito, e l'uomo le guardava attraverso le sbarre, una piccola porzione di cielo. Aveva delle risposte – e quando non le aveva supponeva che le avrebbe avute prima o poi. Quel poi significava sempre un momento successivo alla sua morte. Il pensiero dell'onniscienza dei defunti lo consolava.
Ma adesso? Adesso nessuno gli spiega il cielo, gli recita i nomi delle stelle. Gli toccherà fare da sé. Studiarle, osservarle. Ha freddo: gli tocca vestirsi. Ha fame: sarà costretto a nutrirsi in qualche modo. Nel freddo di quella notte stellata la libertà gli appare come un fastidio, una precarietà cui non è abituato.
Si guarda attorno, inspira forte, espira, rientra nella gabbia, al caldo.

(Ha cominciato lui.)

Pubblicato il 9/2/2009 alle 20.41 nella rubrica Diario.

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