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tirarsi da sotto i treni contro cui, in tempi non sospetti, ci si scagliava gioiosamente

Guardavo delle foto. C'è una giovane donna con la fede al dito. Io so che non voleva sposarsi. Che mai l'avrebbe fatto. Che l'ha fatto per essere lasciata in pace. Si è sposata, in chiesa, con l'abito bianco. Poi c'è stato il ricevimento. E le bomboniere. E la casa nuova, e tutto il resto. Ed ero lì, sul sagrato, quando uscivano fuori a prendersi in faccia la pioggia di riso. In un certo senso sono informata sui fatti, ma poco, quel poco che mi basta per raccogliere immagini per farne una storia mia che non riguarda lei. Nella foto, la giovane donna è stesa sul pavimento, un braccio allungato, il palmo rivolto verso l'alto. Si distingue nettamente il luccichìo della fede, di oro. La giovane donna porta con sé la testimonianza di un gesto che, seppur innamorata, non ha compiuto volentieri. E lo conferma quotidianamente, ogni volta che si mostra a se stessa e al mondo con quell'anello al dito. Quando lo rimette dopo averlo tolto per lavare i piatti. Quando lo poggia sul bordo della vasca mentre fa il bagno, e lui sta lì a troneggiare su uno sfondo di schiuma – farei una foto così, primissimo piano sull'anello, minaccioso, e in secondo piano lei che si insapona una spalla, totalmente oscurata dalla sagoma preziosa di un monile inutile.
Sono stata qualche minuto a pensare a questa storia dell'anello. Poi mi sono ricordata che mio padre non portava mai la fede, e non ho mai capito se mia madre ne soffrisse o no. Probabilmente sì. Scusa ufficiale: troppo stretto per le sue dita. Motivo reale: e chi lo sa. In questo momento tifo per lui, lanciando improperi contro la me medesima che tre anni fa non aveva le idee chiare. E alla giovane donna dico che quell'anello potrebbe scivolare nello scarico della vasca, inavvertitamente, all'improvviso.

Pubblicato il 6/2/2009 alle 1.52 nella rubrica Diario.

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