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ferragosto

Il giorno di ferragosto Milano è silenziosa, così silenziosa che quando scendo sottoterra in Piazza San Babila i rumori della metropolitana sembrano il respiro di strani animali ipogei: c'è il ronzio dei pannelli pubblicitari, il soffio delle scale mobili e l'ululato dei treni. I pochi umani, per lo più stranieri, si aggirano stralunati e accaldati, guardando perplessi i distributori automatici di biglietti. Io ne ho fatti tre: il primo a Linate, per prendere il bus. Timbrato e immediatamente perso, così in metro ne ho dovuto comprare un altro, e arrivata alla fermata Duomo sono uscita dai tornelli senza neanche farci caso, e quindi ho comprato il terzo biglietto per rientrare a prendere la 3. Ma è colpa della xamamina, senza dubbio. Tornando in superficie, il portico della stazione centrale mi è parso allucinato e pure irrealmente silenzioso, fatta eccezione per i suoni emessi dai giocattoli messi in vendita da sudamericani taciturni: un supereroe in motocicletta e un cowboy a cavallo. In treno, due ragazze forse turche, forse ungheresi, senza dubbio non appartenenti a un gruppo linguistico romanzo, hanno parlato ininterrottamente fino a Genova. Ininterrottamente vuol dire ininterrottamente. Il treno regionale per Albisola era senza luce e senza aria condizionata. Qualcuno aveva forzato il finestrino e quindi si respirava, ma nelle gallerie si piombava in un'oscurità profonda, in cui a malapena si percepiva il movimento della tendina frustata contro il vetro. Nel mio zaino leggero c'era posto solo per Wedekind, Böll, Merzbow, un paio di riviste, il portatile, un mazzo di chiavi. Arrivata a casa ho dormito per cinque ore, in un letto che odora di cagnolina leggermente in sovrappeso. E poi, quel che ho visto: posti di blocco, cementificazione, nordovest civile pulito educato, luoghi che cinquant'anni fa hanno ispirato la nascita del MIBI e che adesso muoiono contenti di morire. 

Pubblicato il 16/8/2009 alle 10.17 nella rubrica Diario.

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